
Sembra passato un milione di anni fa, quando si andava da Blockbuster per noleggiare un film, all’inizio in VHS, tempo dopo in DVD. Roba andata, dimenticata, che si è portata appresso una serie di termini caduti in disuso, che per le nuove generazioni restano uno dei tanti misteri insondabili del giurassico, o giù di lì.
Era il 1985, quando a Dallas, in Texas, David Cook apre il primo centro in cui poter noleggiare home video e videogiochi. È una rivoluzione bella e buona: per la prima volta non è necessario comprare nulla, si guarda (o si gioca) e si restituisce pagando soltanto la quota di noleggio.
Nel 1995, dieci anni dopo, nei soli Stati Uniti i centri “Blockbuster” diventano 4.800: ma è nulla, rispetto all’esplosione mondiale che va in scena quando la società viene acquistata dalla Viacom, una consociata della CBS Corporation che raggruppa un enorme numero di media con interessi nel cinema e nella televisione. Blockbuster invade letteralmente 25 paesi diversi con 9.000 negozi, impossessandosi del mercato degli home video dal Canada all’Australia, passando per l’Europa. Sono anni facili che fanno scintille fino al 2000, quando negli Stati Uniti arrivano nuove idee di entertainment come Netflix, che offre il medesimo servizio ma senza neanche più il fastidio di dover restituire il Dvd.
Blockbuster tenta di resistere fino al 2010, quando si parla di una procedura fallimentare che diventa realtà nel settembre dello stesso anno con la bancarotta e la richiesta di riorganizzazione e ristrutturazione aziendale. Nel 2011 la società è acquistata interamente dalla “Dish Network” per 233 milioni di dollari, ma per Blockbuster non c’è più nulla da fare: uno dopo l’altro la società abbandona i mercati, fino al novembre 2013, quando nel giro di poche settimane gli ultimi 300 negozi negli Stati Uniti chiudono.
Anzi, chiudono in 299, perché uno c’è ancora, ed è diventato un’attrazione per turisti, che davanti alle vetrine e all’insegna si fanno la foto, ricordando gli anni in cui noleggiavano qualcosa di fisico, e non una password elettronica.
“The Last Blockbuster in USA”, si legge fuori dal negozio di Bend, in Oregon: all’interno Sandi Harding, il direttore generale, si sente una sopravvissuta ed è pronta a raccontare a chiunque come si resiste strenuamente nell’era dello streaming digitale. Il negozio ha aperto nel 1992, ma Sandi è arrivata nel 2004, quando già il colosso Blockbuster iniziava a vacillare. Ora è meta di famiglie che portano i figli e raccontano con un filo di nostalgia che “Questo è quello che facevano un tempo: noleggiavamo un film e appena visto lo si riportava indietro”. Altri quasi commuovono, ricordando che aspettavano il venerdì sera per andare da Blockbuster con i genitori a scegliere un film da vedere quella sera e un videogioco nuovo per il weekend.
Sandi Harding vede passare tanta gente, che alla faccia di convinzioni politiche, colore della pelle, religione o sesso, c’è stato un tempo in cui erano accomunati dal film a noleggio nella custodia anonima marchiata “Blockbuster”. È curioso, come le banalità sappiano unire a volte più di una legge.
“Un giorno è entrata una donna californiana con la famiglia: mi ha raccontato che anni prima aveva anche lei un negozio Blockbuster. Non ci conoscevamo, ma è come se fossimo diventate sorelle: ci siamo abbracciate ed è scesa anche qualche lacrima”.
Qualcuno ha consigliato a Sandi di aprire un museo: “Potrebbe essere un’idea, per adesso sono soltanto orgogliosa di essere una sopravvissuta”.












