
CUORGNE’ - Dall’inizio della guerra in Medio Oriente sono circa 25 mila i nostri connazionali, che sono tornati in Italia dal Golfo. Non solo turisti. Anche persone costrette, in alcuni casi, ad abbandonare in fretta le proprie attività e abitazioni, portando con sé il minimo necessario e lasciandosi alle spalle i ricordi di una vita e i luoghi simbolo della propria quotidianità e sicurezza. E’ quanto successo al 31enne cuorgnatese, Marco, rientrato in questi giorni in Canavese dal Bahrein insieme alla moglie venezuelana, Naomi, e alla loro piccola bimba di 4 mesi.
«Vivo e lavoro come restaurant manager in Bahrein dall’ottobre del 2023 – ci racconta Marco – Lì ho conosciuto Naomi e lì è nata la nostra bimba. Abitiamo a Marassi, una zona residenziale e molto tranquilla. Purtroppo, dal 28 febbraio è cambiato tutto. Ero al ristorante, di pomeriggio, quando mi è arrivato sul telefonino il primo messaggio di allerta. Mia moglie, che è una recruiter, era impegnata in una call di lavoro, quando ha sentito il boato della prima esplosione. Sono circolate tante fake news, creando panico e descrivendo la situazione come disastrosa. Non è così. Per il momento sono stati colpiti obiettivi sensibili: basi Usa. Non abitazioni civili. Non abbiamo corso rischi fisici, ma la sensazione di pericolo c’era. Questo è vero. E’ stato difficile soprattutto psicologicamente. Le allerte improvvise sugli smartphone e le sirene, che avvisavano del rischio di attacchi, sono state frutto inevitabilmente di ansia. Anche quando senti i vetri della casa che tremano. C’è la paura che accada qualcosa, soprattutto di notte. Il pensiero di dover cercare rifugio improvvisamente con una bimba piccola non è stato bello. Senza contare che tra guerra e ramadan il ristorante ha chiuso. Per tutte queste ragioni a malincuore abbiamo deciso di rientrare in Italia e lasciare tutto».
«Siamo partiti l’11 di marzo alle 8 di mattina – ci spiegano Naomi e Marco – Ci siamo messi d’accordo con un collega e amico e in macchina siamo andati in Arabia Saudita. Avevamo paura che il ponte che collega i due paesi chiudesse e quindi di rimanere bloccati. Per fortuna, non è successo. Dopo 5 ore di viaggio siamo arrivati a Riyad e ci siamo diretti all’aeroporto. Il nostro volo per Roma però è stato cancellato. Siamo riusciti a prenotarne abbastanza rapidamente un altro. Ci siamo imbarcati e dopo aver fatto tappa a Il Cairo siamo finalmente arrivati il 12 marzo intorno a mezzogiorno a Milano Malpensa».
«Pensare che potesse capitare qualcosa, in particolare a nostra figlia, è stato orribile – aggiungono Marco e Naomi – Siamo contenti di essere in Canavese, amiamo l’Italia e per noi è come “una vacanza”, ma il nostro cuore è rimasto in Bahrein. Abbiamo lasciato la nostra casa, il nostro lavoro, tutti i nostri ricordi. Il Bahrein è un paese piccolo, ma moderno, liberare e pacifico. E’ una nazione multiculturale, con una comunità molto unità, family base, abituata a vivere in un melting pot e ad aiutarsi. Ci teniamo, infine, a dire che il governo locale è stato ben organizzato e ha fatto e fa tutto il possibile per la sicurezza della popolazione del Bahrein. Anche le ambasciate, quella italiana e venezuelana, che abbiamo contattato per i visti e per informazioni sui voli e il rientro, sono state efficienti e tempestive nell’aiutarci. Non ci siamo mai sentiti abbandonati. Speriamo davvero che l’orrore della guerra in Golfo finisca presto e di poter tornare a casa e alla nostra vita normale».








