
C’è una vittima del Covid dimenticata da ogni statistica, tralasciata da indagini, diagrammi e proiezioni: Babbo Natale. Il simbolo della festa più attesa e importante dell’anno, il nume tutelare del 25 dicembre che gli americani chiamano Santa Claus, francesi e canadesi Père Nöel, Weihnachtsmann i tedeschi e Father Christmas gli inglesi. Ma qualunque sia il nome, l’immagine è quella voluta dalla Coca-Cola negli anni Trenta, che in una pubblicità del tempo aveva deciso di vestire di rosso e bianco – i colori aziendali – il vecchietto portatore sano di doni, consacrandolo alla memoria collettiva.
Anche se per buona parte del mondo Babbo Natale risiede a Rovaniemi, nella zona della Lapponia all’interno del Circolo Polare Artico, la sua attività primaria ha come scenario negozi di giocattoli, centri commerciali, grandi magazzini e supermercati, che per la gioia dei bimbi allestiscono angoli a volte sontuosi, con tanto di elfi e renne, altri un po’ scarni, con Santa Claus impersonato da un giovane universitario disoccupato sottopeso, per l’occasione imbottito malamente con cuscini e gommapiuma. Ma è solo questione di budget perché fra campanellini, canzoncine e sorrisi, agli occhi dei bambini Babbo Natale non cambia mai.
Ma c’è un problema: per il Natale ormai prossimo, rivela in questi giorni un’inchiesta il “Wall Street Journal”, si registra un’enorme carenza nel rintracciare anziani con la barba bianca e la pancia prominente che un tempo intasavano le caselle di posta dei grandi magazzini con foto e curriculum. Il motivo, spiega il quotidiano statunitense, è che la fascia d’età più duramente colpita dal Covid sia stata proprio quella a cui appartengono i potenziali Santa Claus. E chi è scampato alla carneficina, sapendo di essere un soggetto a rischio, preferisce starsene alla larga da luoghi affollati come i centri commerciali, dove i bambini – nuovo bersaglio del virus – rappresentano un rischio concreto di contagio.
La Charles W. Howard Santa Claus School, la più antica scuola per aspiranti Babbi Natale è in crisi, sommersa dalle richieste e con pochissimi professionisti disposti a rischiare la salute, anche di fronte a ingaggi che ormai arrivano a superare i 500 dollari all’ora. Un momento difficile, per un’organizzazione no-profit fondata nel lontano 1937 da Charles W. Howard, un agricoltore di Albion, New York, stanco di vedere in giro repliche di Santa Claus vestiti con abiti dozzinali e barbe posticce che cadevano da ogni lato. I primi iscritti, ricordano ancora oggi gli annali della scuola, erano stati tre signori avanti negli anni: un saldatore del New Jersey, un amico d’infanzia e un vicino di Howard.
Grazie all’abilità con cui sfornava Santa Claus, la scuola dei Babbi Natale riuscì a creare fra granaio, fienile e magazzino un vero villaggio, con tanto di trenino, elfi e renne, e lo stesso Howard, fra il 1948 ed il 1965, ha prestato barba e pancia al Babbo Natale protagonista della “Macy’s Thanksgiving Day Parade”, la parata natalizia più celebre d’America. La scuola viene rilevata negli anni ’60 da Nate Doan, un altro famoso Babbo Natale che una decina d’anni dopo trasferisce tutto a Bay City, in Michigan. Oggi, la Charles W. Howard Santa Claus School continua a funzionare sotto la direzione di Tom e Holly Valent, sfornando ogni anno una media di 300 gioiosi Babbi Natale. Anche Londra ha la sua Santa School, creata dalla società per eventi “Ministry of Fun”: insegna a pronunciare un corretto “Oh oh oh” e i nomi delle renne, ma soprattutto inculca la magia e lo spirito del Natale.
Questo in un anno normale, conteggio da cui vanno ovviamente esclusi il Natale 2020 e quello 2021, quando il forfait collettivo di Santa Claus sta mettendo a rischio l’immagine stessa della festa. E sono tanti, i centri commerciali degli States dove sempre più spesso compaiono le Mrs. Claus, la fantomatica “first lady” di Babbo Natale, pronta ad uscire dall’ombra mentre il marito teme un inverno fatto di tamponi e vaccini.
A completare la iattura natalizia ci ha pensato il “New York Times”, che in un’altra inchiesta ha affondato il colpo citando la crisi degli approvvigionamenti come causa della forte carenza di alberi di Natale in plastica, quelli per lo più prodotti in Cina. Dove probabilmente qualcuno è ben contento di rovinare le feste agli americani.












