
Sembrano passati migliaia di anni, quando ogni sera nelle case degli italiani esplodeva la mania di registrare i programmi per rivederli con calma. Erano i tempi del “VHS”, sistema imperfetto ma così capace di contenere i costi da renderlo un patrimonio dell’umanità televisiva.
Dietro si nascondeva in realtà c’erano mezzo secolo di ingegneria, battaglie industriali e una rivoluzione culturale che avrebbe cambiato per sempre il modo di guardare (e riguardare) il mondo.
Nel 2026 la VHS soffia sulle cinquanta candeline, mezzo secolo da quando la “JVC”, nel 1976, presenta al mercato il “Video Home System”, un formato analogico su nastro magnetico da mezzo pollice che avrebbe trasformato i salotti in piccole sale cinematografiche.
Ma per capire davvero che cosa ha significato infilare una videocassetta in un videoregistratore, bisogna tornare indietro ancora di vent’anni, quando registrare un’immagine in movimento era quasi un atto di magia nera.
Il 14 aprile 1956, a Chicago, durante una riunione dei dirigenti della rete americana “CBS”, era accaduto qualcosa capace di far letteralmente alzare la platea in piedi sulle poltrone: un tizio che parlava aveva concluso il proprio intervento, quando i monitor si erano oscurati per poi mostrarlo di nuovo, intento a parlare. Era la prima dimostrazione pubblica di un videoregistratore realmente funzionante: l’Ampex Mark IV, poi ribattezzato “VRX-1000”.
Fino ad allora, l’unico modo per “registrare” la televisione era piazzare una cinepresa davanti a un monitor, filmare su pellicola e sviluppare il tutto, un processo macchinoso, costoso e di qualità discutibile. L’Ampex, invece, restituiva un’immagine praticamente identica all’originale.
Certo, pesava mezza tonnellata, divorava corrente, funzionava a valvole, richiedeva aria compressa, un sistema di aspirazione, una squadra di tecnici e più costava 45.000 dollari dell’epoca – oggi l’equivalente di una villa di lusso – e il nastro correva a 38 centimetri al secondo grazie a una testina rotante quadrupla che incideva il supporto con un tamburo capace di superare i 14.000 giri al minuto.
Novanta minuti di registrazione, con le testine da sostituire dopo poche centinaia di ore.
La svolta tecnica era nella scansione elicoidale, una soluzione basata su un brevetto italiano del 1938: invece di far sfrecciare il nastro a velocità folle davanti a una testina fissa, si faceva ruotare la testina mentre il nastro scorreva. Il risultato era una traccia obliqua, densissima di informazioni e tra i giovani ingegneri che contribuirono a perfezionare quel sistema c’era un certo Ray Dolby, destinato a diventare sinonimo mondiale di qualità sonora.
Quella macchina gigantesca risolveva un problema cruciale per le emittenti americane: trasmettere lo stesso programma in fusi orari diversi senza doverlo ripetere in diretta. Il resto, come si dice in questi casi, è storia.
Nel 1975, quando la Sony lanciò il “Betamax”, sembrava avere in mano il futuro: qualità superiore, design compatto (per gli standard dell’epoca) e l’aria da oggetto venuto dal domani. Ma il 4 giugno 1977, alla fiera di elettronica di Chicago, la JVC cala la sua carta: il VHS. Tecnicamente meno raffinata – circa 240 linee di risoluzione contro le 625 linee del segnale PAL televisivo – ma più pratica. Le cassette potevano contenere fino a due ore di registrazione, abbastanza per un film intero senza interruzioni, e soprattutto costavano molto meno.
La vera mossa fu però un’altra: mentre Sony custodiva gelosamente il proprio standard, JVC scelse furbamente di condividerlo in licenza a una moltitudine di produttori. Il risultato fu un’esplosione dell’offerta, un calo dei prezzi dei videoregistratori (i VCR) e una rapida colonizzazione dei salotti.
In poco tempo, la “guerra dei formati” si trasformò in un monologo che finì per relegare ai margini del mercato le idee di altri contendenti, come il sistema “Video 2000” di Philips.
La stessa Sony stessa, dopo anni di resistenza e battaglie legali, finì per adottare il VHS per il mercato domestico, continuando a sviluppare il Betamax in ambito professionale.
Il successo non fu solo tecnico ma culturale, perché per la prima volta il pubblico poteva registrare un programma e guardarlo quando voleva: il cosiddetto time shifting, che oggi diamo per scontato, era allora una rivoluzione. In pratica non era più il palinsesto a decidere per lo spettatore, ma lo spettatore che sceglieva per sé.
Nel frattempo le cassette si moltiplicavano sugli scaffali: fino a 180 minuti con nastro standard, 240 con versioni più sottili e per qualche tempo persino 300 minuti, formato troppo fragile per durare. Arrivarono le modalità LP ed EP, che rallentavano la velocità del nastro per raddoppiare o triplicare la durata, sacrificando la qualità video ma non l’audio.
Nel 1984 nasce il “VHS-C”, compatto, pensato per le videocamere portatili, mentre l’anno successivo arriva il “VHS-HQ” con circuiti che miglioravano l’immagine e, poco dopo, il “VHS Hi-Fi” con audio stereofonico e riduzione del rumore firmata Dolby. Negli anni Novanta il Super VHS raddoppia la definizione separando luminanza e crominanza (YC), avvicinandosi a standard professionali a costi sempre decisamente più accessibili rispetto al Betacam.
E poi c’era il cinema. Titoli come E.T. l'extra-terrestre, Ritorno al futuro,Grease, Ghostbusters o Jurassic Park diventarono compagni di serate domestiche, riavvolti fino a consumare il nastro mentre le videoteche spuntavano come funghi con in testa colossi come “Blockbuster”.
Tecnicamente imperfetta, fragile e soggetta a un inevitabile declino fisico – perdita di lubrificante, degrado delle particelle magnetiche, idrolisi dei leganti polimerici, deformazioni come il country laning e fastidiosi drop out dell’immagine – la videocassetta aveva un fascino ruvido. Le immagini leggermente sgranate, il fruscio, il riavvolgimento con quell’odore inconfondibile di nastro scaldato dalle testine.
Il declino arriva con il “DVD”, poi con i dischi rigidi e infine con lo streaming. L’ultimo film distribuito in VHS risale alla metà degli anni Duemila e nel 2008 la stessa JVC annuncia lo stop alla produzione. Nel luglio 2016 la “Funai Electric”, ultima azienda a produrre videoregistratori, si arrende chiudendo la linea malgrado l’anno precedente avesse venduto ancora 750mila apparecchi in tutto il mondo.
Oggi alcune videocassette sigillate sono diventate oggetti da collezione: le prime edizioni Disney come “La Bella e la Bestia”, copie intonse de “Lo Squalo” o “Terminator” hanno raggiunto cifre a cinque zeri nelle aste online e “Il re leone”, per molti il film più venduto su videocassetta, riposa ancora in milioni di librerie domestiche, spesso accanto a ricordi di infanzia e a un videoregistratore di cui si è perso il telecomando.
Il VHS non ha avuto un revival potente come il vinile, ma resiste come feticcio culturale, e mentre gli esperti consigliano di digitalizzare i nastri prima che i 35 anni di vita solarizzino le immagini, resta la sensazione che quella scatola di plastica sia stata capace di insegnare al pubblico la libertà di scegliere cosa, quando e quante volte rivedere un film, un programma o una partita.










