
Quando il virus era solo la trama dell’ennesimo “disaster-movie” prodotto a Hollywood, alle Barbados arrivavano mezzo milione di turisti ogni anno. Non c’è da stupirsi: l’isola delle piccole Antille, al confine fra il mar dei Caraibi e l’oceano Atlantico, è un capolavoro della natura disseminato di spiagge bianchissime, mare trasparente, insenature nascoste, parchi naturali e città ricche di cultura “Bajan” che ne hanno sempre fatto una meta esclusiva.
Poi è virus è arrivato davvero, e niente è stato più come prima. Soprattutto quest’anno la gente viaggia poco, un po’ per via delle restrizioni e un altro po’ per l’economica che ovunque gira come può. Per le Barbados, dove il turismo rappresenta il 40% del Pil e occupa il 30% della popolazione, una situazione potenzialmente assai pericolosa.
Così Mia Amor Mottley, premier dell’isola, dopo aver rimosso le restrizioni anti-pandemia una decina di giorni fa (a fronte di 98 casi e appena 7 decessi su una popolazione di 287mila persone), ha deciso di rilanciare le Barbados come paradiso dei lavoratori in “smart working”. Il programma, Barbados Welcome Stamp, punta a facilitare l’ingresso nel Paese dei visitatori stranieri, concedendo visti per un anno intero a chi è costretto a lavorare da remoto. In effetti, fra lo stare a casa e guardare il traffico dalle finestre, e alzare lo sguardo su un mare incantevole, qualche differenza è evidente.
“Non siete costretti a lavorare in Europa, Stati Uniti o America Latina: potete venire qui e restare qualche mese, poi ripartire e tornare nuovamente - ha commentato la premier in un’intervista concessa al quotidiano inglese The Telegraph – è il modo migliore per unire l’utile al dilettevole: continuare a lavorare ma apprezzare anche le bellezze locali”. A chi arriva è richiesta la certificazione di un test con esito negativo effettuato nei tre giorni precedenti, oppure l’obbligo a sottoporsi al tampone in aeroporto.










