
Il primo boom dei cocktail risale agli anni Novanta, quando in discoteca – ballando Take That, Spice Girls e Britney Spears – l’arte tutt’altro semplice di miscelare liquori tradizionali con frutta e ingredienti diversi muove i primi passi versi il grande pubblico. Vent’anni dopo, la Mixologist è diventata un’arte a sé, celebrata in tutto il mondo e sempre più capace di uscire dal semplice bar per conquistare perfino i ristoranti stellati.
Da qualche tempo però, il settore del beverage vive un nuovo trend a cui – per l’ennesima volta – la pandemia ha dato la spinta finale: il Ready to Drink. Tradotto in italiano - “pronto da bere” – spiega già molto: sono cocktail pre-preparati con le esatte proporzioni dei diversi ingredienti, che è sufficiente versare in un bicchiere (due, meglio) e guarnire con ghiaccio e qualche scorza di lime, limone o arancio e magari un’oliva. I locali chiusi per l’emergenza sanitaria hanno fatto il resto, trascinando quella che era una nicchia in fase di sviluppo verso le parti alte delle classifiche di vendita. Secondo un’indagine Ismea-Nielsen, durante la pandemia l’home delivery ha assistito ad aumenti a doppia cifra per spumanti, birra e aperitivi.
Una tendenza che superbarman e mixologist hanno cavalcato in fretta, sfornando intere collezioni in cui non manca nulla, dai più classici e intramontabili cocktail alle novità di stagione, con accostamenti sempre più azzardati e particolari. Un’occasione ghiotta, in realtà, anche per compagnie aeree, alberghi, ristoranti e bar che non possono permettersi un bartender di grido ma non vogliono privare la propria clientela del piacere del cocktail dopo la spiaggia e prima di cena. Quel breve arco di tempo a fine giornata eletto a puro piacere personale o da condividere, entrato direttamente nella storia del costume di questi anni.
Nulla di nuovo, spiegano gli esperti: il fenomeno del Ready to Drink è nato negli Stati Uniti almeno vent’anni fa, anche se il vero “boom” è datato intorno al 2010, quando un guru dei cocktail a stelle e strisce come Jeffrey Morgenthaler svela le proprie idee al mondo intero, indicando la strada. Prima ancora, a tastare il terreno ci avevano pensato dei colossi del beverage come Bacardi e Campari, lanciando sul mercato rispettivamente il Breezer e il Mix che avevano attecchito soprattutto nelle località di villeggiatura, ovviamente in estate.
I cocktail più amati? Secondo la World’s 50 Best-Selling Classic, vera bibbia degli “spirit makers”, a svettare è ormai da anni il vecchio, caro Old Fashioned: una parte di Bourbon o Rare Whisky, una zolletta di zucchero pestata con angostura e soda, più qualche goccia di acqua naturale. Al secondo posto l’inaffondabile Negroni (Gin, Vermouth e Campari), seguito dal Daiquiri, il cocktail celebrato da Hemingway: Rum bianco, succo di lime e sciroppo di zucchero.









