
Vabbé, la formula è più o meno sempre la stessa: prendi dei giovani maschi belli, alti, abbronzati e muscolo-dotati, mettili accanto a femmine altrettanto belle, alte, formose, abbronzate e desnude, e vedi cosa succede.
Difficilmente, se mai ci fossero statistiche a conforto, con ingredienti simili il programma finisce con i concorrenti che fra una preghiera e l’altra disquisiscono di filosofia e fisica quantistica. Se tutto va come deve si innamorano e si accoppiano come ricci, ma nelle edizioni più fortunate finiscono pure per menarsi, alzando gli ascolti in proporzione all’entità delle ferite.
Eppure, la notizia dell’arrivo della versione italiana di Love Island, commissionata a Fremantle dal gruppo Discovery, è stata accompagnata dalla standing ovation degli amanti del genere. Per capirne i motivi bisogna fare un passo indietro, spiegando che Love Island è un format nato nel 2005 in Inghilterra e diventato fra i più popolari di sempre in almeno 18 Paesi diversi.
Si tratta, come accennato prima, di rinchiudere una mandria di concorrenti testosteronici di età compresa fra i 25 ed i 30 anni in una lussuosa villa di una località assai alla moda. Per capirci, nella prima edizione della versione americana la location scelta erano le isole Fiji, nella seconda Las Vegas e per la terza Mallorca. Il reality inizia con l’obbligo di trovarsi un compagno/a d’avventura con cui fare coppia: non è necessario che basarsi sull’attrazione fisica, anzi, meglio ancora è individuare qualcuno con cui sia facile creare feeling per resistere fino alla fine, rappresentata da un premio che negli Stati Uniti era pari a 100mila dollari.
In mezzo - altrimenti non c’è gusto - le coppie saranno dotate di cellulare per contattare esclusivamente gli altri partecipanti e cercare nuove alleanze, ma soprattutto sottoposte a prove di resistenza fisica e mentale, compreso l’ingresso graduale di altri concorrenti (formando sempre un numero dispari) con cui sono liberi di creare una nuova coppia rinunciando a quella precedente. Il finale di ogni puntata è un po’ come il ballo della scopa: chi resta da solo esce, e tanti saluti al premio. Nulla sarebbe senza il pubblico da casa, che attraverso una app può salvare e condannare le coppie, spingendo verso il bottino finale quelle più amate.
Nel tempo, va anche detto che il programma è stato oggetto di critiche per le pressioni esercitate sui concorrenti, che in alcuni casi hanno lasciato strascichi anche dopo la fine del programma. Il suicidio dell’ex concorrente Sophie Gardon, seguito qualche settimana dopo da quello del suo fidanzato Mike Thalassitis, aveva innescato polemiche che sono diventate addirittura richieste di cancellare il programma dopo la tragica decisione di togliersi la vita di Caroline Flack, la storica conduttrice del programma inglese.
Ma chi ama il genere sappia che non è finita, perché secondo alcune voci sarebbe in cantiere anche lo sbarco italiano del più piccante dei reality: Too Hot To Handle (letteralmente: Troppo caldo da gestire). Il solito gruppo di maschi in calore e femmine fertili liberi di fare tutto ciò che vogliono a parte il sesso, con corposi tagli al montepremi finale ogni volta che qualcuno non resiste allo strofinamento. Lo scopo? Insegnare ai giovani a creare legami autentici che non si basino solo sull’attrazione fisica. Auguri.












