TECH - Il cacciatore di volti
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Nel 1998, l’avvocato Robert Clayton Dean è sospettato dalla NSA di avere in mano le prove dell’omicidio di un membro del congresso. La sua vita cambia di colpo. Non può andare da nessuna parte, perché ovunque ci sia una videocamera di sorveglianza e un’apparecchiatura elettronica controllabile da remoto, qualcuno è in grado di osservarlo e complicargli l’esistenza, vietandogli l’accesso ovunque non vogliano che vada.

È la trama, ridotta in pillole, di Nemico Pubblico (Enemy of the State), un film del 1998 in cui Will Smith presta il volto all’avvocato Dean. Erano tempi non sospetti, e una tecnologia così invasiva e padrona poteva fare il nido solo nella fantasia degli sceneggiatori di Hollywood.

Ma non è più così. L’ha svelato il New York Times in un’inchiesta in cui ha raccontato per la prima volta l’esistenza di Clearview Al, un sistema di riconoscimento facciale in grado di attingere e confrontare immagini da un enorme database che tutto il mondo, volontariamente, ha creato riempiendolo di foto e informazioni: i social.

Definito dal quotidiano newyorkese “Uno strumento di controllo che va al di là di quanto mai creato dal governo americano o dai giganti della Silicon Valley”, Clearview Al è una start-up finanziata da Peter Thiel, cofondatore di PayPal e Facebook, e ideata da Hoan Ton-That, giovane ingegnere autodidatta australiano di origini vietnamite, che hanno offerto alle 600 agenzie governative in tutto il mondo uno strumento efficacissimo per individuare delinquenti, terroristi e malfattori in genere, ma che potenzialmente è ben peggio del celebre Grande Fratello ipotizzato da Orwell. Secondo Al Gidari, docente di diritto alla Stanford Law School, “In assenza di una normativa chiara ed efficace, la privacy dei cittadini sarà sempre più a rischio”.

Per capirci, sfruttando i contenuti dei social più diffusi, il sistema è in grado di attingere ai dati sensibili di 3 miliardi di persone contro i 441 milioni conservati nei database dell’FBI, i 47 milioni della polizia della Florida e gli 8 di quella dell’immensa Los Angeles. È sufficiente caricare l’immagine di qualcuno di cui non è certa l’identificazione, perché il sistema vada a caccia delle tracce informatiche rintracciando nome, passioni, passato, contatti, amicizie, foto e filmati. In un attimo, anche partendo da un’immagine non perfetta, buia, presa dall’alto e angolata, Clearview Al srotola l’esistenza di un volto all’apparenza senza nome. L’efficacia è del 75%, ma i tecnici sono al lavoro per migliorarla ancora.

A testarlo per prima è stata la polizia dell’Indiana, che attraverso le immagini sfocate dell’omicidio di un uomo in un parco pubblico avvenuto di notte, è riuscita a individuare l’assassino, incensurato e addirittura privo di patente di guida. Uno sconosciuto agli occhi della legge, che fino ad allora non aveva alcun motivo per classificarlo nei propri database.

Alla base c’è un sofisticato algoritmo di riconoscimento facciale che è in grado di trovare la corrispondenza dell’immagine. Nulla di nuovo, si dirà, il riconoscimento non è una tecnologia nuova, le forze dell’ordine statunitensi lo utilizzano da almeno vent’anni, e ha permesso di catturare migliaia di persone che tentavano di sfuggire alla legge. E la tecnologia è in uso anche in altri paesi, Italia compresa, anche se la UE - fra i continenti più attenti alle questioni di privacy - ha allo studio una moratoria di cinque anni sui sistemi, fino a quando non saranno chiariti i possibili rischi.

“Clieaview è un nuovo strumento di ricerca impiegato dalle forze dell’ordine per identificare i responsabili e le vittime dei crimini. La tecnologia ha aiutato le autorità a individuare centinaia di persone colpevoli di reati che includono pedofilia, terrorismo e traffico sessuale – si legge sul sito della star-up - è stata anche utilizzata per aiutare a scagionare innocenti e identificare vittime di abusi su minori o frodi finanziarie. Utilizzando Clearview, le forze dell’ordine sono in grado di catturare i criminali più pericolosi, risolvendo i casi irrisolti più difficili e rendendo le comunità più sicure, specialmente per i soggetti più vulnerabili”.