
“Ci vediamo sotto la luce”. Potrebbe finire così, come ha immaginato il designer olandese Daan Roosegaarde: un punto preciso della città in cui incontrarsi, al riparo da virus e contagi. Potrebbe, se il pianeta non si decide a viaggiare compatto verso l’immunità di gregge, consapevole che fin quando non saremo tutti al sicuro, non lo sarà nessuno.
In attesa del giorno in cui scatterà il liberi tutti, Roosegaarde ha immaginato un’idea per una società distopica, che forse non si augura nessuno: una sorta di lampione pubblico il cui fascio di luce protegge chi è all’interno dai rischi che conosciamo tutti fin troppo bene. Dio non voglia, aggiunge lo stesso designer, ma se mai così fosse, la Urban Sun resta innanzi tutto un’opera, che in quanto tale nasce con l’idea di far scattare la riflessione, ma nell’attesa funziona davvero: è una lampada che emette luce ultravioletta a frequenze sufficienti per eliminare fino al 99,9% di particelle del bastardissimo Coronavirus che ci ha guastato le esistenze.
L’idea trae spunto da una constatazione amichevole dei danni provocati dal virus al pianeta intero: “Improvvisamente, il nostro mondo si è riempito di barriere di plastica e adesivi che mostrano la distanza da mantenere con il prossimo, e le nostre famiglie ridotte a pixel sullo schermo di un computer. Abbiamo soltanto cercato di sforzarci di essere gli architetti della nuova normalità, creando luoghi per incontrarsi e interagire: immagina un posto migliore dove possiamo incontrarci di nuovo”.
Un pensiero che ha fatto il nido, spingendo il team in una ricerca confortata da numerose ricerche scientifiche che nel tempo hanno dimostrato l’influenza della luce nel miglioramento del benessere psico-fisico delle persone. Due recenti studi in particolare, realizzati dagli scienziati della Columbia University e della Hiroshima University, dimostrano che la luce ultravioletta (far-UVC) con lunghezza d’onda pari a 222 nanometri è in grado di eliminare quasi totalmente la presenza delle cariche virali in sospensione. La specificità dell’Urban Sun sta proprio nella lunghezza dell’onda (calibrata dall’Istituto Nazionale di Metrologia Olandese), non dannosa per esseri umani e animali rispetto alla luce UV da 254 nanometri.
Al di là della pandemia - è convinto il team che lavora al fianco di Daan Roosegaarde - la Urban Sun può risultare utile come forma pubblica di protezione ambientale: “Il progetto esalta la speranza di un futuro migliore e combatte l’impatto negativo dell’isolamento sociale, puntando a rendere più accessibili e sicuri i festival culturali, gli eventi sportivi, le piazze pubbliche, i cortili delle scuole e in generale i luoghi d’incontro”.
Un’idea è piaciuta a Jett Bussemaker, presidente del consiglio olandese per la salute pubblica: “Sappiamo che la gente è stanca di sottostare a regole che sembrano punitive: nell’attesa che il peggio sia passato, abbiamo bisogno di trovare soluzioni alternative che ci permettano di tornare a contatto con gli altri”. La prima Urban Sun è stata installata sull’Erasmus Bridge di Rotterdam, diventando una luce simbolo di speranza.










