ANNIVERSARI - Tamagotchi, 30 anni di pixel, nostalgia e stile

Trent’anni e una vitalità che molti brand possono solo invidiare: il Tamagotchi festeggia un compleanno importante e lo fa tornando al centro della scena con una grande mostra a Tokyo che è insieme celebrazione, viaggio nella memoria e dichiarazione d’amore per uno degli oggetti più iconici della cultura pop giapponese.

Dal 7 gennaio, al “Roppongi Museum, ha aperto la “Tamagotchi Grand Exhibition”, evento clou per il 30° anniversario della creatura digitale lanciata nel 1996 da Bandai Namco. Non una semplice esposizione di giocattoli, ma un percorso immersivo che racconta come un piccolo uovo di plastica sia riuscito a attraversare tre decenni, mode e rivoluzioni tecnologiche senza perdere il suo fascino.

Negli anni ’90 il Tamagotchi non era “solo” un passatempo, una presenza costante e un oggetto che non si spegneva mai e pretendeva attenzioni continue. Fame, malattia, noia, tutto veniva segnalato da un bip che interrompeva la giornata e obbligava a intervenire. E se lo ignoravi, la creaturina poteva morire.

E forse è proprio il segreto del successo iniziale: quel senso di responsabilità sorprendentemente reale, capace di creare un legame emotivo fortissimo tra giocatore e oggetto.

In pochi mesi il Tamagotchi divenne una mania globale iniziando dal Giappone, per poi contagiare gli Stati Uniti, l’Europa e il resto del mondo.

Oggi, a distanza di trent’anni, le vendite hanno superato i 100 milioni di pezzi in tutto il mondo, numeri che raccontano un fenomeno culturale prima ancora che commerciale.

La mostra di Tokyo ripercorre passo dopo passo l’evoluzione del Tamagotchi: dai primi schermi monocromatici ai display LCD a colori, dalla comunicazione a infrarossi alle versioni touchscreen, fino ai modelli più recenti con connettività Wi-Fi. In totale 38 modelli che riflettono i cambiamenti tecnologici degli ultimi decenni, unita ad una sorprendente continuità concettuale.

Perché, nonostante tutto, il cuore del gioco è rimasto lo stesso: prendersi cura di qualcuno. Un gesto semplice e ripetitivo che oggi appare addirittura controcorrente in un’epoca dominata dalla velocità dei rapporti sociali.

Se negli anni ’90 il Tamagotchi era il simbolo di un’intera generazione, oggi è diventato un oggetto trasversale. I “kidult” lo recuperano per nostalgia, spesso per condividerlo con i figli, mentre la Gen Z lo adotta come accessorio di stile, portachiavi oppure gadget fashion. Appeso allo zaino o al telefono, il Tamagotchi è tornato a essere un segno distintivo, complice anche quell’estetica giocosa che dall’Asia ha conquistato il mondo.

Non è un caso che le vendite di gadget legati al brand — al di là dei videogiochi — siano cresciute di pari passo in modo significativo negli ultimi anni. Il Tamagotchi è ormai un antesignano di quell’idea di “oggetto-compagno” che si ritrova in molti fenomeni pop contemporanei.

L’allestimento della Grand Exhibition punta proprio su questa dimensione emotiva: l’ingresso avviene attraversando un gigantesco uovo bianco, simbolo originario del brand. Da lì, il visitatore entra in un universo fatto di installazioni interattive, sale storiche, postazioni dove provare i modelli del passato e ambienti pensati per essere fotografati e condivisi.

Non mancano sezioni dedicate alla storia del brand, ai personaggi più amati e alle collaborazioni speciali, insieme a un’area merchandising che propone edizioni limitate, gadget esclusivi e oggetti da collezione pensati per far leva sulla nostalgia e sul desiderio.

A rendere il Tamagotchi ancora attuale è forse la sua capacità di raccontare qualcosa di molto contemporaneo: in un mondo in cui tutto è smaterializzato, quel piccolo schermo pixelato ricorda il valore della cura, dell’attenzione e del tempo.