
François Mauriac, l’autore francese premio Nobel per la letteratura, lo diceva spesso: “Lo scrittore è soltanto un uomo che non si rassegna alla solitudine”.
La solitudine di Enrique “Kike” Ferrari, 45 anni, sta tutta in un’esistenza che divide fra il sacro fuoco della scrittura e la necessità di mantenere al mondo se stesso e la sua famiglia. Tanti scrivono, pochi riescono a camparci, ancora meno quelli che sanno fare pace col destino.
Kike ci è riuscito, trovando un equilibrio perfino nell’amarezza di non poter dedicare tutto il tempo possibile alla sua passione. Di notte, Kike lavora come spazzino nella metropolitana di Buenos Aires: dalle 11 di sera alle 5 del mattino toglie cartacce dalle fermate delle sei linee di “El subte”, come la chiamano i bonaerensi.
È stata la scrittura a salvarlo, nel mezzo di un periodo da dimenticare: senza un lavoro, alle prese con il divorzio dalla prima moglie e perfino dalla band dove militava, ognuno andato per la propria strada. “Ho iniziato per disperazione, un pomeriggio seduto in un bar con un quaderno da una parte e una birra dall’altra”. Due anni dopo esce il suo primo libro, con il destino che finalmente si decide a restituire qualcosa: un suo racconto, Que de lejos parecen moscas, conquista il premio di scrittura indetto dall’istituto culturale “Casa de las Américas”, a Cuba.
Il suo genere è il “noir”: Kike racconta storie taglienti e a tratti violente di gente disperata nell’Argentina post dittatura. Nel 2012 arriva in finale al “Grand Prix de Littérature Policière”, premio letterario francese, e subito dopo si porta a casa il primo posto alla “Semana Negra” di Gijon, in Spagna. Non basta ancora, perché i suoi libri invadono prima il Sudamerica, quindi l’Europa, tradotti nelle varie lingue.
Un successo, che però non basta a pagare le bollette. “Ho amici scrittori che si arrangiano dando ripetizioni, correggendo le bozze o come ‘ghost writer” per case editrici. Io ho fatto di tutto: elettricista, panettiere, autista, venditore ambulante, poi ho trovato un lavoro presso l’azienda dei trasporti pubblici di Buenos Aires, pulisco le banchine della metropolitana di notte, e nel silenzio penso alle mie storie, che scrivo il giorno dopo. O meglio, che tento di scrivere, perché con tre figli non è semplice”.
In Argentina la sua storia ha conquistato tutti: lo chiamano lo “scrittore della metropolitana”, ma a lui non piace. “So di essere un caso, perché da queste parti c’è la convinzione che dalla classe operaia non possa venir fuori cultura: sono l’eccezione che conferma la regola”.












