SPORT – Welcome back, italians

di Germano Longo

Più che “l’Italia s’è desta” è un’Italia che resta. A casa. Meglio prenderla sul ridere, perché uscire dai Mondiali del Qatar per mano della modesta Macedonia del Nord è come per la Ferrari di Leclerc essere superata in curva da un monopattino elettrico. Nel calcolo universale delle probabilità deve starci per forza, anche se la cruna dell’ago era così stretta da non renderla credibile.

Invece questa è la realtà, per quanto amara: l’Italia del “Mancio” e di Wembley che solo otto mesi fa si tingeva d’Azzurro sembra roba di un passato lontano e ingiallito. O forse soltanto il frutto di una perfetta congiunzione astrale, di quelle così rotonde da capitare una volta ogni 1000 anni. In pratica una botta di c**o, per dirla come va detta.

Sono pieni i giornali di commenti tecnici e analisi su chi e cosa non ha funzionato, ma la verità è che uscita da Wembley la Nazionale ha ripreso a faticare proprio quando e dove tutto sembrava così rodato da far tremare gli avversari solo a nominarci. La marcia da allora è stata ben diversa verso una qualificazione che non è stata mancata ieri sera, ma negli scellerati risultati del non impossibile girone C da cui – noblesse oblige – gli Azzurri sarebbero dovuti uscire strapazzando sparring partner come Svizzera, Irlanda del Nord, Bulgaria e Lituania talmente ad occhi chiusi da non avere neanche bisogno di fare la doccia a fine partita.

Pazienza, vedremo il mondiale del Qatar da casa, per la seconda volta di fila dopo quelli del 2018, quando il modesto travet Giampiero Ventura aveva guidato la nave seguendo il manuale Schettino, vietandoci l’ingresso in Russia ben prima della guerra.

È un’Italia, intesa come Nazionale, che paga lo scarso interesse dei club verso la maglia Azzurra, vista anzi come un fastidio nella corsa a scudetti e coppe che valgono molto di più per i conti correnti rispetto all’orgoglio patriota di aver fatto la propria parte per tingere di Tricolore un’altra “notte magica”. Così come paga lo scarso interesse generale verso i vivai, incubatrici di talenti da coltivare per il futuro. A che serve il futuro, fin quando sarà possibile pescare l’uomo giusto a parametro zero, ovunque nel mondo?

Nessuno sa ancora il destino di Roberto Mancini, ma da sanguigno uomo di calcio difficilmente accetterà di raccogliere i cocci. Si dice che per sostituirlo si stia già scaldando Fabio Cannavaro, affiancato da Marcello Lippi. Ma non è elegante parlare di amanti prima che finisca il funerale del marito.

Resta l’amaro in bocca, quello sì, perché dopo decenni - da paese Cenerentola e patria di fancazzisti e supercazzole - lo scorso anno fra gli Azzurri del Mancio, gli ori di Tamberi e Jacobs, il mezzo miracolo di Berrettini e perfino i Maneskin, essere italiani per qualche settimana ha significato sentirsi addosso l’invidia del mondo intero. Ma in effetti, a pensarci bene, non poteva durare.