
La posta in gioco non è mai stata così alta: è la prima volta nella storia della conquista dello spazio in cui un’azienda privata di natura commerciale collabora con la NASA, l’ente spaziale più celebre della galassia, per portare esseri umani nell’orbita terrestre. Per i tanti appassionati di cose spaziali è il culmine di un’attesa durata diversi decenni, la pietra miliare che sancisce il ritorno del volo spaziale umano sul suolo statunitense.
Detto in altre parole, fra poche ore il programma SpaceX di Elon Musk vivrà la propria consacrazione definitiva, imponendosi non come il sogno di un riccone un po’ matto e capriccioso, ma come l’idea di un nuovo visionario, capace di vedere molto più in là del resto del mondo. Ad attendere Elon Musk c’è comunque la storia, in qualsiasi caso.
Tutto è pronto, calibrato al centesimo di secondo, studiato e pianificato per permettere alla “Demo 2” di portare due uomini della NASA sulla Stazione Spaziale Internazionale. Il lancio dello SpaceX Crew Dragonè stato confermato malgrado la pandemia abbia interrotto le operazioni private e governative in tutti gli Stati Uniti. Per rispedire al mittente qualche inevitabile critica, la NASA ha risposto che la missione la necessità di mantenere in funzione la Stazione Spaziale Internazionale.
Gli Stati Uniti non hanno più lanciato i propri astronauti nello spazio dal 2011, quando il programma “Space Shuttle” è terminato. Da allora, gli astronauti hanno dovuto spostarsi in Russia e allenarsi sulla “Soyuz”, costringendo la NASA a spendere 86 milioni di dollari per ogni singolo programma di addestramento. Tanti soldi, ma molti meno dell’idea di mettere in cantiere il sostituto dello Shuttle, accompagnato dalla richiesta al settore privato di sviluppare un veicolo spaziale in grado di trasportare gli astronauti da e per la Stazione Spaziale Internazionale. Una scelta controversa, considerando che la NASA non aveva mai esternalizzato lo sviluppo di un veicolo spaziale a misura d'uomo. Ma il pensiero era che le aziende commerciali potessero ridurre i costi e stimolare l’innovazione, lasciando alla NASA più tempo e risorse per concentrarsi sull'esplorazione più profonda del sistema solare.
Nel 2014 la NASA ha assegnato due contratti: il primo, da 4,2 miliardi di dollari, con la Boeing per la realizzazione dello “Starliner”, il secondo da 2,6 miliardi di dollari per “SpaceX”, che prevedeva lo studio di una versione con equipaggio della navicella spaziale Dragon, fino a quel momento utilizzata per trasportare carichi da e per la ISS. Ma il progetto della la Boeing ha subito una sonora battuta d’arresto quando una capsula dello Starliner ha avuto un malfunzionamento durante un importante volo di prova senza equipaggio, lasciando campo libero a SpaceX.
L’ora del decollo dal Kennedy Space Center è fissata per oggi, alle 4:33 ora locale (22:33 in Italia): se il maltempo o problemi tecnici si mettessero di mezzo sono già previste due finestre di riserva il 30 e il 31 maggio. Lunedì sera le previsioni sulla Florida davano al 60% di tempo favorevole, ma la decisione per l’ok al lancio sarà presa sei ore e 45 minuti prima. Il razzo decollerà dal Pad 39, piattaforma storica e punto di partenza delle leggendarie missioni Apollo.
SpaceX e la NASA hanno previsto una diretta webcast durante il decollo, e manterranno la copertura in diretta almeno fino all’attracco con la stazione spaziale, prevista circa 19 ore dopo il lancio.
Gli astronauti sono stati messi in stretta quarantena e per rispettare le precauzioni per la pandemia il personale della NASA, quello di SpaceX e i militari si riuniranno nelle sale di controllo per seguire le fasi del lancio, implementando le misure di sicurezza come il cambio delle sale all’inizio di ogni nuovo turno, in modo che le stanze lasciate vuote possano essere sanificate in profondità. Solo poche decine di membri della stampa potranno assistere al lancio, mentre il Kennedy Space Center non accoglierà alcun visitatore: l’invito che le autorità continuano a ripetere alla popolazione non è affollarsi in spiaggia, ma di assistere da casa.
I due protagonisti, finiti quasi sempre in secondo piano rispetto al resto dell’operazione, sono due veterani dello spazio: Robert Behnken, 49 anni, e Douglas Hurley, di 53. Sono dipendenti della NASA, ma hanno lavorato a stretto contatto con “SpaceX” e sono stati addestrati a pilotare la capsula “Crew Dragon”, che dopo i veicoli Mercury, Gemini, Apollo e Space Shuttle, diventerà il quinto progetto di navicella spaziale che la NASA ha certificato come sicuro per gli esseri umani.
Behnken e Hurley hanno entrambi iniziato la loro carriera come piloti collaudatori militari e accumulato migliaia di ore di volo ai comandi di jet supersonici. Entrambi hanno anche partecipato a diverse missioni del programma “Space Shuttle”. Nel 2018, quando la NASA li ha selezionati per la missione, è stato un segno nella tradizione di allungare la lunga tradizione di piloti collaudatori militari. L’intenzione della NASA è di mantenere Behnken e Hurley a bordo della stazione spaziale fino a quando un altro equipaggio della capsula Dragon non sarà pronto a inviare nuovi astronauti per la prossima missione.
Quando per Behnken e Hurley sarà giunta l’ora di far ritorno sulla Terra entreranno a bordo della “Crew Dragon”, una capsula a forma di goccia larga quasi 4 metri dotata di sette posti a sedere e comandi touchscreen. La capsula è completamente autonoma: gli astronauti dovranno per lo più limitarsi a monitorare i sistemi e tenersi in contatto con il controllo della missione, a meno che qualcosa non vada storto. Sulla base di alcuni calcoli statistici, Dragon ha solo una probabilità su 270 di fallire. In passato ci sono stati numerosi tentativi di calcolare quale fosse il rischio per le missioni Space Shuttle: alla fine del programma, su 135 missioni complessive ci sono stati due incidenti, con un tasso di fallimento di circa 1 su 68.







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