
Le lingue straniere, per chi non le conosce, sono in fondo una pura questione di suoni che evocano sensazioni: l’eleganza musicale del francese, la durezza del tedesco, l’elasticità dell’inglese.
È il presupposto da cui è partito uno studio internazionale condotto da Peter Dodds e Chris Danforth dell’Università del Vermont, negli Stati Uniti, con la collaborazione del Mitre Corporation, un’organizzazione no-profit che supporta diversi centri di ricerca e agenzie governative americane, che hanno analizzato qualche miliardo di termini attraverso fonti come libri, post sui social, articoli, libri, musica e video nelle 10 lingue più parlate al mondo, per stabilire quale contiene più parole percepite come positive.
Il lavoro del team è stato immenso: oltre 100mila termini presi in analisi e valutati da 50 soggetti madrelingua, che per stabilire la “emotional resonance” ha assegnato ad ognuna un voto che andava da 1, per indicare la negatività, a 9, il massimo possibile in positività.
A trionfare è stato lo spagnolo, la lingua che meglio di ogni altra incarna il “principio di Pollyanna”, ovvero la tendenza umana all’ottimismo, che spinge a usare parole positive più che negative. Lo dimostrano termini universalmente conosciuti come “alegria”, “felicidad” e “amor”, molto usate tanto nelle conversazioni fra amici quanto nei libri e nelle trasmissioni televisive. Al contrario, nessuna lingua è riuscita a rubare l’ultimo posto all’imbattibile cinese.








