
In un articolo pubblicato sul New York Times che sta facendo il giro del mondo, è stato lo psicologo Adam Grant a riesumare la definizione di languishing, coniata dal collega Corey Keyes, autore di uno studio condotto su oltre 3mila adulti fra i 25 ed i 74 anni che non manifestavano alcun disagio apparente, ma sembravano piuttosto colpiti dall’idea di “lasciarsi vivere”. Da qui il Languishing, un termine che descrive la strana sensazione del limbo emotivo in cui ci si ritrova immersi dopo il lungo periodo di socialità azzerata, privati delle abitudini, del lavoro, degli amici e della possibilità di viaggiare e svagarsi.
Traducibile con il vero italiano “languire” - anche se costretti a rinunciare alle sfumature della lingua inglese - descrive una sensazione di apatia sociale, una sorta di fiacchezza emotiva che porta dritti verso la scarsa capacità di provare gioia, emozioni, entusiasmi e felicità. Secondo Grant è il colpo di coda della pandemia, il termine che meglio potrebbe definire il tanto agognato ritorno alla normalità di quest’anno, recuperando abitudini e consuetudini che bene o male sono ormai andate perse.
Uno stato che in psicologia è definito crepuscolare, ancora ben lontano dalla depressione – anche se a lungo andare la strada potrebbe essere quella - ma piuttosto tipico delle fasi della vita definite di passaggio, come dopo i momenti cardine dell’esistenza: quello fra l’università e il mondo del lavoro, il traguardo della pensione o il matrimonio dei figli, in cui la gioia si mescola al dubbio di cosa riserverà una nuova realtà sconosciuta a cui sarà necessario abituarsi.
Secondo gli esperti, che considerano il languishing una fase intermedia, è necessario fare attenzione ai segnali, evitando di sottovalutare lo stato di torpore, indifferenza e svogliatezza che – sempre secondo la ricerca – sembra colpire più le donne, molte delle quali costrette dalla pandemia ad una vera rivoluzione che ha incluso la perdita del lavoro e un’immersione completa nello stress familiare, accompagnata dall’amara sensazione di aver perso quanto conquistato e dover ricominciare tutto da capo. A patto di trovare la forza necessaria.
“Riconoscere che molti di noi vivono uno stato di languore è il primo passo per dare voce a questo quieto malessere e mostrare un percorso per uscire dal disagio. È necessario che i professionisti della salute mentale siano pronti ad intervenire sul territorio a supporto di quelle persone che ne hanno più bisogno. La speranza è che tornando ad una certa normalità, le persone potranno rinnovare il loro apprezzamento per la vita, che riserva sempre doni sorprendenti a chi è pronto a prenderli”.








