
L’esercito del sesso, circa 120mila escort che secondo i dati più attendibili lavorano in Italia, non è affatto diverso dalle altre categorie professionali finite nella crisi per la pandemia. Peccato che di mezzo ci sia il solito, atavico problema all’italiana mai risolto: tutti sanno, ma ufficialmente nessuno sa.
Eppure anche loro, come il resto del Paese, vivono in grave difficoltà un momento che le ha tagliate fuori dal circolo dei vizietti privati, visto che il contatto sociale è bandito, e pensare ad una escort senza contatti epidermici è come essere sul bordo di una piscina a ferragosto senza costume. Vorresti tanto, ma non puoi.
Così, secondo Escort Advisor, portale vetrina per 68.700 professioniste che in tempi di normalità attira 2 milioni di visitatori ogni mese, tra le decine di milioni di domande presentate in questi giorni all’Inps per i famigerati 600 euro, ci sarebbe anche il 12% delle escort italiane. In fondo, seguendo un ragionamento velocissimo, se lo Stato va a pu***ne, non si capisce perché le pu***ne non possano bussare allo Stato.
Per le signorine che di giorno nessuno conosce, racconta il sito che raccoglie la categoria escort, il danno è enorme, considerando che proprio i primi mesi primaverili – complice il risveglio della natura – sono quelli che tradizionalmente alzano il fatturato, e non solo quello. Così, in attesa di momenti migliori, chi poteva ha tirato giù la saracinesca dell’azienda a conduzione intima potendo contare sui propri risparmi, mentre al contrario molte altre sono dovute ricorrere ad una forma di smart working: videochiamate erotiche e chat private con i clienti in astinenza, chiusi a casa con la famiglia e in molti casi ormai prossimi alla depressione.
Per essere ancora più precisi, il 46% delle escort ha affermato di non avere alcuna intenzione di fare richiesta all’Inps o ad altri enti, il 28 ha aggiunto che se la pandemia si risolverà nel giro di qualche mese potrebbe farcela con le proprie forze, il 14 pensa di presentare la domanda il prossimo mese ed il 12% ci ha provato, anche se con il forte dubbio che la documentazione professionale possa essere sufficiente a far scattare i 600 euro.
La testimonianze sono tante: Rossana, escort fiorentina, è un fiume in piena: “A noi, come tutti, chiedono di pagare le tasse per un lavoro non riconosciuto e difficile da documentare, ma alla fine non abbiamo mai nulla in cambio dallo Stato. Io ho due bambini piccoli e non riesco a fare videochat perché non posso lasciarli soli”. Chiara, una sua collega genovese, è dello stesso avviso: “Io sono fortunata, non mi manca niente, organizzo videochat giusto per mantenere i contatti con i migliori clienti. Finora ho condiviso un brunch virtuale con vista sul Colosseo, bevuto un caffè – anche quello virtuale – su una terrazza affacciata sul lago di Como e diviso le fantasie di una coppia di Dubai. Sono confinata fra le mura di casa, ma si sta aprendo una finestra su realtà e paesaggi diversi. C’è tanta gente che non si accontenta del video porno da due minuti o dalle telefonata veloce, hanno bisogno di sensazioni emozionali che si trasformino lentamente in situazioni erotiche. Ma ripeto, so di essere una privilegiata: ho soldi da parte e un’attività principale che mi permette di mantenermi, ma non è così per tutte. So di ragazze che stanno attraversando problemi enormi: le colleghe straniere cercano di tornare a casa e le italiane fanno lavoretti improvvisati, qualcuna, più fortunata delle altre, ha clienti affezionati che le supportano economicamente, ma molte altre si rivolgono alle associazioni come la Caritas per sopravvivere”.








