SAN VALENTINO – Il museo degli amori finiti

Il giorno della festa degli innamorati, fra cuoricini, capesante e torte mimosa, c’è qualcuno che soffre, un popolo dimenticato: quelli che un amore grande l’hanno avuto e ancora si leccano le ferite. Non fanno audience, non comprano regali e non prenotano tavoli al ristorante. Aspettano solo che passi, tentando di pensare ad altro.

Per quelli come loro, vale la storia di Drazen e Olinka, una coppia che si è amata per quattro anni, ed il loro è stato un amore vero, profondo, coinvolgente e forse indimenticabile. Ma è finito. Un incidente di percorso che nel corso della vita va messo in conto e che a volte si supera d’un balzo, mentre altre lascia qualche strascico difficile da superare. Drazen e Olinka, ad esempio, invece di tirarsi addosso piatti, bottiglie e ricordi, hanno pensato che il loro era un dolore universale, e partendo dalla propria storia hanno iniziato a mettere insieme una raccolta di oggetti che in qualche modo simboleggiassero amori ormai passati in archivio, creando un catartico movimento di liberazione dalle relazioni amorose finite male.

Chiedono prima aiuto agli amici, scoprendo che chiunque possieda un cuore, prima o poi ha sofferto e penato, e la collezione parte diventando itinerante: Argentina, Bosnia-Erzegovina, Germania, Macedonia, Filippine, Serbia, Singapore, Slovenia, Sud Africa, Turchia, Regno Unito e Stati Uniti. Tappe che messe insieme significano oltre 200 mila visitatori, ma soprattutto un’autentica slavina di oggetti che iniziano ad arrivare a Zagabria da tutto il mondo. Un fiume che testimonia centinaia di reliquie che altro non sono se non atti di separazione definitivi, ma anche un modo per donare al proprio amore l’immortalità di un museo.

Nell’ottobre del 2010, dopo aver sistemato un locale di 300 mq nella città alta, a poca distanza dalla stazione centrale, il museo apre i battenti a Zagabria, e in poco tempo diventa una delle attrazioni più popolari della capitale Croata.

Le regole del “Museum of Broken Relationship” sono poche, primo: nulla è chiuso da un vetro. Perché ciò che è stato amore va visto, toccato, annusato. Secondo: ognuno ama ciò che gli pare, quindi nessuno si stupisca se gli oggetti esposti sono all’apparenza banali, poiché si tratta di ricordi acquistati insieme al partner, oppure regali, o ancora simboli del preciso momento del distacco. Ne è un esempio la scure che una signora di Berlino ha usato per demolire sistematicamente il mobilio di casa, un attimo prima di lasciare il marito. O il nano da giardino, scheggiato perché lanciato sul parabrezza di un amante in fuga, o ancora la protesi di un piede donata da un anonimo in ricordo di un’infermiera che durante la guerra l’aveva assistito e poi amato, prima di sparire per sempre. Simboli di ciò che un tempo era stato amore, mentre oggi si è tramutato in cocci di vasi rotti, frammenti di lettere e messaggi, ciocche di capelli, vaschette si dice piene di lacrime, amuleti, abiti da sposa, pezzi di manichini, portachiavi, cinture, scarpe, portasigarette, lattine, cellulari, peluche, dischi, fotografie, mutande e busti. Tutto accompagnato da indicazioni precise su date, luoghi e modalità della fine del rapporto che la gente legge avidamente, sorridendo o perfino commuovendosi. Perché almeno un amore, prima o poi, è finito per tutti.