
Se l’alta cucina è un’arte, allora dev’essere protetta dal diritto d’autore, al pari di tutte le altre. Da anni, gli chef stellati chiedono la possibilità di poter proteggere le loro creazioni, l’equivalente in chiave gastronomica di un libro, una canzone o un dipinto.
In realtà, la questione è di difficile interpretazione: le ricette a ben guardare sono semplicemente un elenco di ingredienti, con l’aggiunta di proporzioni e indicazioni per le preparazioni. L’opera d’arte, quando c’è, sta tutta nella presentazione del piatto, ma non nel processo che porta a quello. Secondo gli esperti internazionali in materia di copyright, “il diritto d’autore potrebbe applicarsi solo se il piatto racchiude le caratteristiche creative non separabili, come nel caso della torta ‘Mondrian’ di Caitlin Freeman”. Il riferimento è a un dolce strettamente ispirato alle creazioni dell’artista olandese Piet Mondrian, realizzato in esclusiva per il ristorante interno del “San Francisco Museum of Modern Art”. Ma per contro, sempre in America ha fatto scuola il caso “Publications International VS Meredith”, che per anni ha messo contro un ricette a base di yogurt e un’azienda che lo produceva.
Una strada più percorribile sembra quella del brevetto, che già protegge piatti come la Sponge cake, un dolce che ha la particolarità di cuocere nel microonde, mentre il trademark – il marchio registrato – è più utile per proteggere loghi e slogan pubblicitari, ma anche il packaging e l’aspetto di alcuni alimenti. Ultima spiaggia, il segreto commerciale, come per il caso più celebre di tutti, quello della ricetta della Coca-Cola, ancora oggi gelosamente custodita nel quartier generale del marchio, ad Atlanta.
Insomma, una questione “spinosa” che da tempo ha acceso il dibattito, dividendo in due le opinioni e che ogni tanto vive di iniziative personali, come ad esempio registrare il proprio nome al pari di un marchio, caso messo in pratica da due chef: Alessandro Alajmo e Alessandro Borghese. O ancora quello di Davide Oldani, che ha deciso di tutelare le sue personalissime posate, e Gordon Ramsay, che da anni trascina in tribunale chiunque usi il suo nome impropriamente.
In realtà, il punto fondamentale della questione sta tutta nel celebre impiattamento, termine che dai reality televisivi dedicati alla cucina ha ormai traghettato nel linguaggio comune: l’unico precedente - anche se privo di alcun valore legale - risale al 2015, quando all’interno della Triennale di Milano è stato organizzato un finto processo che aveva come protagonista il “risotto oro e zafferano”, leggendario piatto di Gualtiero Marchesi, rivisitato da uno chef accusato di violazione del marchio, del design e del diritto d’autore.
È di tutto questo che si parla in questi giorni in un seminario gratuito organizzato dallo studio legale Giovannelli e Associati di Milano, dal titolo “A lezione di diritto per le stelle. Come ripartire dalla tutela dei diritti di proprietà intellettuale e della creatività nell’Alta Ristorazione”.
“Questo progetto vuole essere un omaggio al settore. E lo abbiamo fatto ora, in un momento che vediamo come un’occasione di speranza e ripartenza”, ha dichiarato all’Ansa l’avvocato Alessandra Feller, responsabile del Dipartimento di Proprietà Intellettuale, Information Technology e Privacy, ideatrice del seminario.









