ECONOMIA - Meno chili più miglia

Per anni le compagnie aeree hanno inseguito un sogno tanto semplice quanto irraggiungibile: togliere peso agli aerei senza togliere passeggeri. A poco a poco sono scomparse le riviste patinate, l’acqua è stata razionata e i carrelli dei pasti alleggeriti. All’appello mancava solo una voce di difficile da mettere in pratica: dimagrire i clienti.

Ora, a quanto pare, ci stanno pensando i farmaci. Secondo un’analisi dell’agenzia finanziaria “Jefferies”, la diffusione sempre più massiccia dei medicinali anti-obesità a base di semaglutide potrebbe avere come effetto collaterale una sensibile riduzione del costo dei voli. Non perché i farmaci costino meno, ma perché pesano meno i passeggeri che li assumono.

Il calcolo è semplice e, come tutte le buone notizie per i bilanci, molto efficace: un dimagrimento medio del 10% del peso corporeo dei passeggeri si tradurrebbe in un alleggerimento complessivo dell’aereo del 2% e in una riduzione dell’1,5% del consumo di carburante. Tradotto in denaro contante per renderlo ancora più comprensibile: 580 milioni risparmiati ogni anno per le compagnie aeree statunitensi.

Nel folklore dell’aviazione commerciale circola ancora la leggenda di Robert Crandall, storico manager di “American Airlines”, che nel 1987 eliminò un’oliva dall’insalata di bordo risparmiando — pare — 40mila dollari l’anno.

Era l’epoca in cui la lotta ai costi si combatteva a colpi di stuzzicadenti, mentre è di tutt’altra scala: un Boeing 737 con 178 passeggeri da 80 kg l’uno porta in cabina oltre 14 tonnellate di peso umano. Se quei passeggeri perdessero in media il 10%, l’aereo decollerebbe con una tonnellata e mezzo in meno.

Considerando che il carburante rappresenta circa il 19% dei costi di un volo e che le quattro principali compagnie americane spendono quasi 39 miliardi di dollari l’anno solo per riempire i serbatoi, anche una riduzione apparentemente marginale diventa un affare serio.

Il paradosso, sottolinea Jefferies, è che una società più snella consuma meno carburante, affermazione che suona bizzarra ma regge benissimo alla prova dei numeri. La diffusione dei farmaci anti-obesità negli Stati Uniti è già ampia e promette di crescere ancora con l’arrivo delle versioni in pillole, più semplici delle iniezioni.

Del resto, il contesto demografico gioca a favore della “dieta aeronautica”: negli Stati Uniti il tasso di obesità ha toccato il picco nel 2022 con il 39,2% della popolazione. Da allora, complice la popolarità del semaglutide, è sceso al 37%, significa 7,6 milioni di persone obese in meno in appena tre anni.

Nel frattempo, la platea di chi assume questi farmaci è più che raddoppiata in dodici mesi, superando il 12% della popolazione adulta. E siccome il semaglutide riduce l’appetito, l’effetto potrebbe non fermarsi alla bilancia: passeggeri meno affamati significano anche pasti di bordo più leggeri, quindi altro peso — e altri costi — tagliati.

Resta l’ultima, inevitabile domanda: questi risparmi finiranno nei conti delle compagnie o nei portafogli dei passeggeri? Jefferies suggerisce che l’effetto potrebbe arrivare fino ai prezzi dei biglietti. Ma qui l’atterraggio è meno morbido.