
Per i giapponesi è il “Guanggun Jie”, per il resto del mondo il “Single’s Day”, la giornata mondiale in cui si celebrano scapoli e zitelle. Tutto era iniziato nel 1993, quando un gruppo di studenti maschi dell’Università di Nanchino, soli e immalinconiti, scelgono di reagire alle difficoltà di trovare una donna: fissano una data, spargono la voce e coinvolgono l’intera camerata nella festa. La notizia si sparge e prima si accodano altri atenei giapponesi, poi i social fanno il resto, trasformando l’11 novembre in un evento globale arrivato in tutto il mondo.
In realtà, la festa non è che abbia attecchito così tanto all’infuori del Giappone, dove invece grazie all’intuizione del colosso “Alibaba”, dal 2009 è vissuta come un anticipo del famigerato “Black Friday”, quindi l’ennesima occasione per spendere, ma almeno una volta all’anno per se stessi, regalandosi qualcosa che tanto non potrebbe arrivare da nessun altro. Un business che nel 2020 ha superato il 74 miliardi di dollari, spesi da 800 milioni di single in tutto il mondo per acquistare elettronica, cosmetica, prodotti per la cura della persona, trattamenti, abbigliamento e accessori.
Per assurdo la data “11.11” - con la combinazione numerica simbolo dell’individuo - è diventata anche una delle più richieste per celebrare i matrimonio di chi ha deciso di lasciarsi lo status di “single” alle spalle.
Che poi, dicono le statistiche, è ormai ampliamente superata l’equazione di Single uguale triste e sconsolato, celebrata da pellicole come “Bridget Jones”. Per il 55% che ammette sia un problema vivere da soli, aumenta la percentuale di chi ammette di aver trovato la felicità anche senza dover dividere nulla.








