
Un reggiseno che si sgancia soltanto se riconosce l’impronta digitale preregistrata. Per alcuni un deciso passo in avanti nella tecnologia del consenso, per altri una sorta di cintura di castità del nuovo Millennio.
Il dibattito, a tratti violentissimo, si è accesso quando si è diffusa la notizia che un gruppo di studenti di un’università giapponese aveva ideato quello che è considerato uno dei primi capi di abbigliamento di “wereable tech”, tecnologia indossabile: un reggiseno biometrico che sostituisce i tradizionali gancetti con un sigillo elettronico che taglia fuori chiunque non sa stato autorizzato prima.
Esteticamente nulla cambia con i tradizionali reggiseni, anzi, il “bio-bra” è realizzato con tessuti leggeri e impermeabili, e nasconde una piccola batteria ricaricabile con Usb che alimenta il sensore di riconoscimento biometrico.
Nella mente degli studenti giapponesi, l’idea di partenza era quella di creare un ennesimo dispositivo di sicurezza alle donne che scelgono di indossarlo, cosa che può avere un senso in tempi difficili come questi, ma in molti ci hanno invece visto uno strumento di possesso e sorveglianza digitale, una sorta di cancello a prova perfino di hacker che impedisce l’accesso ai malintenzionati ma limita anche la libertà delle donne stesse.
A questo si aggiunge chi è convinto che l’invenzione vada oltre l’educazione al consenso, che andrebbe al contrario inculcata fin dalla più giovane età.
Va da sé che l’idea è destinata a restare un esperimento, poiché nessun brand di lingerie rischierebbe mai una dose di impopolarità di portata mondiale.










