
Alla Venaria Reale la tutela del patrimonio culturale ha avviato un percorso per diventare un laboratorio scientifico avanzato. Nel complesso che ospita il Centro Conservazione Restauro “La Venaria Reale” sono iniziati i lavori per la realizzazione di un nuovo polo dedicato alla ricerca e alla diagnostica applicata ai beni culturali, un progetto che punta a rafforzare il ruolo dell’Italia nel panorama internazionale della conservazione e a trasformare il sito piemontese in un hub altamente specializzato per lo studio delle opere d’arte.
L’intervento riguarda la riqualificazione dell’ex Galoppatoio Lamarmora, edificio storico di proprietà della Regione Piemonte che fa parte del sistema architettonico della Reggia di Venaria Reale, complesso inserito nel patrimonio mondiale UNESCO.
E l’obiettivo è trasformare gli spazi in un centro di ricerca che mescoli scienza, tecnologia e patrimonio artistico, con un investimento complessivo di 3,5 milioni di euro.
Il progetto prevede la ristrutturazione di circa 600 mq distribuiti su due livelli: al piano terra sorgeranno otto laboratori scientifici di ultima generazione dedicati alle analisi diagnostiche e allo studio dei materiali, affiancati da uno spazio centrale pensato come area espositiva e divulgativa aperta al pubblico.
Al piano superiore troveranno posto una sala riunioni, una biblioteca e uffici open space destinati al gruppo di ricerca, oltre a due zone dedicate al networking tra studiosi. La prima fase del cantiere, che riguarda proprio la realizzazione del piano terra, dovrebbe concludersi entro il prossimo ottobre.
L’ambizione è costruire un polo internazionale capace di sviluppare nuove tecnologie per la conservazione delle opere e di favorire collaborazioni tra università, istituti di ricerca, musei e industria, affrontando al tempo stesso le sfide della transizione ecologica e la trasformazione digitale dei beni culturali.
Il progetto nasce grazie a un contributo iniziale di 2,5 milioni di euro stanziato dalla Regione Piemonte nell’ambito dei fondi del Piano Operativo Complementare 2014-2020. A questo si è aggiunto il sostegno del Ministero della Cultura, che ha inserito il completamento dell’intervento nella programmazione triennale dei lavori pubblici 2026-2028. Determinante per l’avanzamento dell’iniziativa è stato il lavoro congiunto del presidente del “Centro Alfonso Frugis” e del soprintendente Corrado Azzollini.
Il progetto ha coinvolto anche la Città Metropolitana di Torino, che ha svolto il ruolo di stazione appaltante, mentre il Comune di Venaria Reale ha individuato il nuovo polo tra le iniziative strategiche inserite nel bilancio di sostenibilità dedicato agli interventi culturali della regione.
Parallelamente è stata attivata, con il supporto di “Intesa Sanpaolo”, una campagna di crowdfunding sulla piattaforma “For Funding” per contribuire all’acquisto di nuove strumentazioni scientifiche e alla formazione dei giovani ricercatori.
Per la direttrice dei Laboratori Scientifici, Federica Pozzi, l’apertura del nuovo polo segna una svolta nella storia del Centro. Il nuovo centro sarà dotato di laboratori equipaggiati con tecnologie capaci di analisi, mapping e imaging di superficie, oltre a strumenti mobili e portatili per campagne diagnostiche direttamente nei luoghi di conservazione delle opere. Una dotazione fondamentale per studiare manufatti che non possono essere spostati o da cui non è possibile prelevare campioni.
Per coprire le risorse ancora necessarie alla realizzazione completa del progetto, il CCR ha avviato un programma di fundraising che prevede la costruzione di una rete di donatori privati e istituzionali e l’attivazione di partnership di ricerca internazionali, con l’obiettivo di sostenere lo sviluppo del polo scientifico.
La nascita del polo scientifico affonda le radici nella storia stessa del Centro Conservazione Restauro, fondato nel 2005 come comunità professionale in cui restauratori, storici dell’arte e scienziati lavorano fianco a fianco. Chimici, diagnosti dei beni culturali ed esperti di scienze naturali collaborano con specialisti della conservazione per studiare e proteggere opere archeologiche e storico-artistiche.
Grazie a tecnologie che sfruttano luce visibile, infrarossa, ultravioletta e raggi X, gli scienziati del Centro sono in grado di osservare le opere oltre ciò che appare a occhio nudo. Un apparato radiotomografico unico in Italia consente per esempio di analizzare manufatti di grandi dimensioni senza intervenire fisicamente sull’oggetto: proprio come in ambito medico, lo strumento permette di esplorarne l’interno e di ricostruirne la struttura, rivelando dettagli nascosti sulla tecnica di esecuzione e sullo stato di conservazione.
Il lavoro del CCR si sviluppa all’interno di una rete internazionale che coinvolge istituzioni scientifiche e museali di primo piano. Tra i partner italiani figurano l’Istituto di Scienze del Patrimonio Culturale del CNR e l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, mentre sul piano internazionale spiccano collaborazioni con il “Centre de Recherche et de Restauration des Musées de France”, il “Metropolitan Museum of Art”, la “Morgan Library & Museum” e “Art Institute of Chicago”. Il team dei laboratori scientifici, guidato da Federica Pozzi — rientrata in Italia nel 2021 dopo oltre un decennio di attività all’estero, tra cui gli ultimi anni proprio al Metropolitan Museum di New York — conta quindici professionisti specializzati nelle diverse tecniche di diagnostica.
I risultati di questo approccio emergono in alcuni recenti progetti di ricerca. Uno dei più affascinanti riguarda i celebri “tarocchi Visconti-Sforza”, i tre mazzi miniati italiani più antichi e completi giunti fino a noi, realizzati intorno alla metà del Quattrocento e attribuiti alla bottega di Bonifacio Bembo. Le carte sono oggi conservate tra Stati Uniti e Italia, tra la “Morgan Library” di New York, la “Beinecke Rare Book and Manuscript” Library della “Yale University”, “Accademia Carrara di Bergamo” e “Pinacoteca di Brera” di Milano.
Grazie a un programma di indagini scientifiche — che ha combinato riflettografia infrarossa, spettroscopia di fluorescenza indotta da raggi X, spettroscopia Raman e cromatografia liquida accoppiata a spettrometria di massa — gli studiosi sono riusciti a ricostruire le tecniche di realizzazione dei mazzi e le pratiche di bottega del tempo. Le analisi hanno mostrato come, nonostante ogni carta fosse dipinta singolarmente, l’insieme seguisse schemi coerenti e procedure condivise, rivelando un equilibrio sorprendente tra rigore tecnico e libertà creativa.
Le indagini hanno inoltre portato alla luce elementi inattesi, come sei carte di sostituzione appartenenti al cosiddetto mazzo “Colleoni”, probabilmente realizzate da artisti successivi per rimpiazzare esemplari perduti o danneggiati. Ancora più sorprendente il caso del Tre di Bastoni, una carta che presenta colori insoliti e tracce evidenti di un disegno preparatorio, indizio di una mano e forse anche di un’epoca diversa rispetto alle altre carte.
Un altro studio significativo ha riguardato il “Cristo benedicente”, dipinto su tavola databile tra il 1505 e il 1506 e attribuito a Raffaello, conservato alla “Pinacoteca Tosio Martinengo” di Brescia. Grazie a tecniche di imaging non invasivo e ad analisi chimiche effettuate direttamente nel museo con strumentazioni portatili, i ricercatori hanno individuato un disegno preparatorio tracciato a mano libera con uno strumento appuntito. La scoperta è stata resa possibile dall’uso combinato di riflettografia infrarossa, radiografia digitale e reflectance transformation imaging.
Un ulteriore risultato è emerso dall’analisi dei pigmenti: attraverso luminescenza infrarossa indotta da luce visibile, spettroscopia XRF a scansione e imaging iperspettrale, è stata confermata la presenza di blu egizio nel cielo e nelle colline del dipinto. Si tratta di uno dei pigmenti più antichi della storia dell’arte, ritenuto per secoli scomparso dopo l’epoca romana e riemerso negli ultimi anni in alcune opere del Rinascimento, come gli affreschi di Villa Farnesina a Roma. La scoperta offre nuove prospettive sul metodo creativo di Raffaello e sull’uso dei materiali nella pittura del primo Cinquecento.
Lo studio è stato realizzato in collaborazione con il Dipartimento di Fisica dell’Università degli Studi di Milano, con l’Istituto di Fisica Applicata “Nello Carrara” del CNR e con la sede fiorentina dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, confermando come la ricerca sui beni culturali sia un terreno d’incontro tra discipline scientifiche e storia dell’arte.












