QATAR 2022 - La lezione delle tifoserie

A parte la mancanza dei colori Azzurri, che ovviamente è più un problema per noi italiani, e le difficoltà delle “grandi” Nazionali del calcio di fronte alla caparbietà delle emergenti asiatiche, i Mondiali del Qatar 2022 passeranno alla storia forse più per via dei tifosi.

In un momento delicato per gli equilibri planetari, la loro presenza non si limita al tifo e alla maglietta col nome del campione preferito, ma trasforma ogni partita in un messaggio, politico e di civiltà, che le autorità faticano a contenere.

Ma è giusto iniziare da quelli “finti”, assoldati dall’organizzazione qatariota per riempire le strade e gli stadi, altrimenti mezzi vuoti per via di una generale mancanza di biglietti venduti che avrebbe cozzato con l’immagine accogliente che il Paese vuole darsi, sperando di diventare una succursale turistica di Dubai. Così, meglio affrontare il problema alla radice mostrando al mondo un entusiasmo incontenibile degli abitanti del Golfo verso il calcio, magari artificiale, ma almeno accettabile per un evento di proporzioni ciclopiche, assoldando gente importata per lo più da Bangladesh e India.

Va detto, una teoria smontata pubblicamente dal presidente della Fifa Gianni Infantino, secondo cui “qualcuno che sembra indiano può non tifare per Inghilterra, Spagna o Germania? Questo è razzismo”. Per contro, è statistico, i qatarioti con il calcio ci azzeccano poco.

Gli altri tifosi, quelli veri, devono vedersela con i divieti e le rigide norme del Qatar: niente birra al di fuori di bar e hotel, o meglio ancora, lattine di birra coperte dal gadget del momento, un rivestimento in silicone che le “veste” da innocua Coca-Cola. Niente droghe, niente sigarette elettroniche (vietatissime), nessuna traccia di prosciutti, insaccati e porchette che fanno tanto panozzo pre-partita e per le donne niente smanicamenti e minigonne. E poi polizia ovunque a controllare, temendo disordini delle tifoserie più accese, quelle che storicamente sono in grado di scatenare all’improvviso risse e scazzottate da saloon.

Per tenere sotto sorveglianza i gruppi più a rischio, che non possono permettersi i lussi sfrenati degli alberghi stellatissimi frequentati da sceicchi, emiri e fachiri, sono state riservate delle stanze-container con bagno chimico, alla modica cifra di 400 euro a notte. Al contrario, chi può permettersi di spendere qualcosa di più, ha trovato posto nei 16 hotel galleggianti realizzati sulle sponde dell’isola di Qetaifan Nord. Lì almeno va tutto bene, a meno che il mare non decida di “shakerare” gli ospiti.

Ma come si accennava prima, sono i messaggi che le tifoserie stanno mandando al mondo approfittando della marea di telecamere, a fare da spartiacque con il passato. I tifosi dell’Iran, orgogliosi per la prima uscita della loro Nazionale con la squadra che ha vistosamente evitato di cantare l’inno nazionale in segno di protesta, e poi in lacrime vedendo che alla seconda uscita gli 11 in campo cantavano, anche se con poca convinzione. Segno evidente che qualcuno, poco prima di uscire dagli spogliatoi, gli ha sventolato davanti agli occhi un paio di manette.

E non è andata meglio ai tifosi che in favore di telecamera hanno tirato fuori bandiere e striscioni con il nome di Mahsa Amini, la giovane morta in circostanze mai chiarite per aver coperto male la propria capigliatura, diventata il simbolo delle proteste che sta mettendo in imbarazzo gli ayatollah.

Correndo molti meno rischi, la Nazionale tedesca si è distinta per l’ormai celebre foto in cui si tappavano la bocca, spiegando con un gesto eloquente che erano stati costretti a tacere sulla ventilata idea di indossare una fascia arcobaleno in campo “One Love”, per protestare contro i diritti negati alle comunità LGBQ. Ce l’hanno fatta, al contrario, i tifosi del Galles, che sono riusciti a indossare cappellini arcobaleno eludendo abilmente i severi controlli agli ingressi. E se è vero che qualsiasi forma di protesta riesce a resistere pochi minuti, tempo che la polizia intervenga sequestrando tutto, è altrettanto vero che le immagini restano, fanno il giro del mondo e mostrano delle crepe che presto o tardi diventeranno macerie.

Un esempio di civiltà invidiabile – per concludere - sono i tifosi giapponesi, che prima di lasciare lo stadio provvedono a ripulire tutto, per non lasciare traccia del loro passaggio. E a dimostrare che certi gesti possono diventare un esempio, si sono aggiunte le tifoserie del Marocco, viste fare la stessa cosa dopo il triplo fischio finale.