
La passione degli italiani per cani, gatti e altri animali da compagnia non è più soltanto una questione di affetto, si è piuttosto trasformata in un pezzo rilevante dell’economia nazionale. La cosiddetta “pet economy” corre a ritmi incessanti, muove ogni anno miliardi di euro e mostra una vitalità che pochi altri comparti possono vantare.
A fotografare il fenomeno è “Confartigianato”, che delinea un’Italia sempre più “pet friendly”, dove gli animali domestici entrano stabilmente nelle scelte di spesa, nelle abitudini quotidiane e persino nelle strategie imprenditoriali.
Nel 2024 la spesa delle famiglie italiane per prodotti e servizi destinati agli animali da compagnia ha raggiunto 6,747 miliardi di euro. Il dato colpisce soprattutto se letto in prospettiva: in dieci anni l’aumento è stato del 76%, contro un +9,4% della spesa complessiva delle famiglie. Detto in altro modo, mentre i consumi crescevano lentamente, quelli per gli animali cambiavano marcia.
La fetta più grande, 5,415 miliardi (l’80,3% del totale), va a prodotti: alimenti, farmaci veterinari, articoli per la toelettatura e accessori, mentre i servizi (veterinari, toelettatura, addestramento e ospitalità) valgono invece 1,332 miliardi, pari al 19,7%.
In Italia 10 milioni di famiglie, il 37,7% del totale, possiedono almeno un animale domestico: nelle case vivono complessivamente circa 25,5 milioni di animali da compagnia.
Il gatto si ritaglia un ruolo da protagonista: 1.740.000 famiglie – il 17,4% di quelle con animali – convivono con almeno un felino, quota in crescita rispetto al 16,4% del 2015. Anche i cani aumentano, arrivando al 22,1% delle famiglie (+0,6 punti in dieci anni), così come gli altri animali domestici, che rappresentano l’8,1%.
Nel complesso, la quota di famiglie con animali è salita di 1,5 punti percentuali in un decennio, sintomo di una diffusione lenta ma costante.
La spesa non è distribuita in modo uniforme. La Lombardia guida la classifica regionale con 1,396 miliardi (20,7% del totale nazionale), seguono Lazio (882 milioni, 13,1%), Veneto (652 milioni, 9,7%), Emilia-Romagna (629 milioni, 9,3%), Piemonte (616 milioni, 9,1%) e Toscana (552 milioni, 8,2%). Sei regioni che concentrano da sole il 70,1% della spesa italiana per i pet.
A livello provinciale primeggiano Roma, con 662 milioni (9,8% del totale), Milano con 481 milioni (7,1%) e Torino con 325 milioni (4,8%). Subito dietro un gruppo di province del Centro-Nord – da Brescia a Bologna, da Firenze a Bergamo – ma con la presenza anche di Napoli a testimoniare un interesse diffuso lungo tutta la penisola.
La pet economy italiana non vive solo di domanda interna: nei dodici mesi terminati a ottobre 2025, le esportazioni di prodotti per animali hanno toccato 827 milioni di euro, con le importazioni ancora più alte, pari a 1,098 miliardi. Ne deriva un disavanzo commerciale di circa 270 milioni, indice di una forte dipendenza dall’estero per alcune categorie, in particolare mangimi e accessori.
Se il commercio con l’estero mostra ancora uno squilibrio, il fronte imprenditoriale racconta invece una storia di successi: alla fine del primo trimestre 2025 si contano 3.440 imprese artigiane attive nei servizi di cura degli animali, il 59% delle 5.826 aziende totali del comparto, una serie di realtà che impiegano 4.231 addetti, oltre la metà della forza lavoro del settore.
Un altro elemento interessante riguarda i prezzi: lo scorso dicembre i servizi veterinari e quelli per animali domestici hanno fatto segnare un aumento del 2,3% su base annua, meno del 3,9% medio dell’Unione europea, del 3,7% della Spagna e del 3,4% della Francia.
In vista della Giornata nazionale del gatto del 17 febbraio, la fotografia di Confartigianato mostra lo stato di salute di un settore che non è più di nicchia.
Come sottolinea il presidente Marco Granelli, la passione per gli animali è diventata un motore economico capace di creare lavoro, nuova imprenditorialità e valore diffuso.








