
Durante un viaggio in Giappone, Suzy Teitelman, una personal trainer titolare di una palestra di New York, rimane parecchio colpita da una dimostrazione della Japan Dog Association a cui assiste alla Nippon Ayruveda School di Tokyo. Era una tecnica che chiamavano Doga, incrocio lessicale fra Yoga e Dog, il cane: una serie di esercizi studiati perché tanto il padrone quanto il suo amico a quattro zampe potessero trarne benefici.
Affascinata da quanto ha visto, Suzy decide di portare il Doga nella sua palestra di New York, e la storia si ripete: l’insegnante di Yoga Mahny Djahanguiri la propone al Pet Pavillon, un negozio di animali di Londra. Era il 2003: Mahny si appassiona così tanto alla nuova tecnica da conquistare Britain’s Got Talent in un’esibizione che sbanca gli ascolti accompagnata da Robbie, il suo maltese.
Il Doga, dicono i testi che trattano l’argomento, porta in dote una luna serie di benefici che abbassa drasticamente i livelli di ansia e di stress, favorisce calma e rilassatezza, tonifica la muscolatura e rende più elastiche le articolazioni, ma crea soprattutto una profonda sensazione di complicità con l’animale. Il workout, che non ha controindicazioni e limiti su età e razza del cane, si basa su alcune “asana”, le posizioni principali come la “adho mukha svanasana”, al tasso attuale “stare a testa in giù”: tanto il cane quanto il padrone assumono una posizione a triangolo assai comune all’animale, che ha il potere di distendere la muscolatura. Numerosi anche gli esercizi di stiratura muscolare e stretching passivo con respirazione indotta che si concentra sullo sguardo.
Ma le critiche, che come in ogni cosa, non mancano: secondo l’esperto in animali Jack Stephens, non esiste alcuna prova scientifica sul beneficio che possono trarne i cani, mentre la banca d’affari svedese “SEB” ha inserito il Doga fra le peggiori idee commerciali, quelle che fanno bene solo a chi le diffonde.















