MUSICA – Quel che resta di Amy Winheouse

Il 23 luglio scorso sono passati esattamente 10 anni da quando Amy Winehouse venne ritrovata morta nel suo appartamento, al numero 30 di Camden Square, a Londra. A uccidere la stella assoluta del “white soul”, diranno gli approfonditi esami tossicologici, era stato lo “stop and go”, la massiccia assunzione di alcol dopo un lungo periodo di astinenza.

Quel giorno, anche il nome di Amy Winehouse entrava nel devastante elenco del “club dei 27”, quello degli artisti morti ad appena 27 anni, strangolati dal peso della celebrità e da una vita che non aveva regole, limiti e decenze.

Se ne parla ancora tanto della sua morte, a dieci anni di distanza, ed ogni volta di più emerge la figura di una ragazza problematica e sfortunata, dal carattere forse spigoloso, ma che grazie ad una voce portentosa incantava il mondo diventando rendersene conto una macchina da soldi per chiunque avesse intorno: il marito, la famiglia, i discografici, i pusher.

Amy faceva il possibile per non deludere nessuno, ma salire sul palco per fare soldi le pesava sempre di più: ci riusciva solo imbottendosi di alcol e droghe. Fino al 23 luglio del 2011, quando ha ceduto, lasciando il dubbio che quello “stop and go” sia stato un incidente, o forse soltanto l’ultima fuga, l’unica possibile.

Ma Amy era troppo celebre per essere dimenticata: con una carriera lunga appena 9 anni e la miseria di quattro album all’attivo, vince cinque “Grammy Awards” e scala comunque tutte le classifiche mondiali.

Diventa così celebre che a dieci anni dalla morte la famiglia ha deciso di svuotare gli armadi del suo appartamento, mettendo all’asta praticamente tutto quello che lei possedeva. Nulla che possa far pensare ad abiti preziosi e gioielli da sogno: è nient’altro che quello che si potrebbe trovare nella stanza di una normale ragazza di 27 anni. Qualche pezzo firmato da stilisti, certo, ma mescolato da accessori che Amy comprava nei mercatini di Camden, il quartiere di Londra doveva scelto di vivere, perché più le somigliava.

Scorrere online il catalogo fa persino impressione, a dirla tutta: è come entrare nell’appartamento di qualcuno che non c’è e sbirciare negli armadi, sotto il letto, sulle mensole. Questo perché alla furia di monetizzare il ricordo di Amy non è scampato davvero nulla. All’asta finiranno la sua biancheria intima, i suoi libri, i suoi dischi, le foto private, le scarpe, i taccuini, gli appunti, perfino i suoi trucchi. Roba che andrà all’incanto a volte per 50 dollari, o poco più, e che certamente troverà un motivo di interesse per i collezionisti, quelli veri, in alcuni pezzi resi celebri dalla storia, come l’abito verde e nero indossato durante l’ultima esibizione live a Belgrado, quando Amy era così stordita dall’alcol da ricevere i fischi della platea, stanca di aver speso i soldi del biglietto per sentire stecche inascoltabili. O la Fender Stratocaster azzurra suonata in “Frank”, il suo album di debutto, o ancora la borsa a forme di cuore di Moschino e l’abito giallo indossati per i Brit Award del 2007.

In programma da “Julian’s” a Beverly Hills il prossimo 6 e 7 novembre, l’asta è stata voluta dal padre Mitch, ex tassista con una passione per il jazz più volte accusato di essersi intromesso un po’ troppo nella carriera e nella vita di sua figlia Amy. Ufficialmente, i proventi serviranno a finanziare la “Amy Winehouse Foundation” creata per aiutare i giovani alle prese con droghe, alcol e povertà. “La famiglia ha impiegato molto a decidere cosa mettere all'incanto ma poi hanno capito che ci sono musei, fan e collezionisti che si prenderanno cura di quel che è appartenuto ad Amy per onorarne la sua memoria”, ha dichiarato Martin Nolan, direttore di Julian’s.

Prima di andare all’asta, gli oltre 800 oggetti appartenuti a Amy Winehouse hanno fatto il giro del mondo: esposti al “Grammy Museum” di Los Angeles, sono passati da Santiago del Cile e a breve lo saranno a Londra e poi in Irlanda, in sedi ancora da definire. Poi da vendere non rimarrà altro. Ma non è detto.