
Il tempo non risparmia nessuno: anche le rockstar invecchiano, e lì dove un tempo c’erano donne, alcol e droghe ora ci sono frullati detox e diete vegane. È così anche per Brian Harold May, nato il 19 luglio del 1947 a Twickenham, un sobborgo operaio di Londra. Una leggenda vivente che secondo i testi sacri stava a malapena in piedi, tanto era piccolo, quando ha sentito per la prima volta il richiamo irresistibile della musica. Ci prova con qualsiasi strumento gli passi sotto le mani e sogna di stringere una “Fender”, ma le finanze di una tipica famiglia della “worker class” inglese non permettevano simili capricci. A 16 anni, con l’aiuto del padre, Brian la chitarra se la costruisce da solo utilizzando un pezzo dell’architrave di un camino: sta nascendo la leggendaria “Red Special”, oggi riprodotta in milioni di esemplari e tutt’ora usata nei concerti live.
Brian cresce dividendosi in due: da una parte lo studio, dall’altra la musica. Entra ed esce da band che ci mettono più tempo a inventarsi un nome che definire lo stile musicale, fin quando incrocia un batterista che ha le idee molto simili alle sue. Si chiama Roger Taylor, è un odontotecnico di King’s Lynn, nel Norfolk, e studia a Londra. Il resto è leggenda: nella band poco dopo entra Farrokh Bulsara, il futuro Freddie Mercury, e di seguito il bassista John Deacon. È il 1970: nascono i “Queen”, una band su cui allora non punta nessuno, al contrario destinata a cambiare per sempre la storia del rock. Una parabola che attraversa i Settanta e gli Ottanta, ma destinata a fermarsi bruscamente nel 1991, quando Freddie Mercury paga una vita volutamente dissoluta immolandosi di fronte all’incubo dell’Aids.
Per Brian e il resto dei Queen è uno shock fortissimo, e la voglia di mollare tutto troppo forte, ma alla fine vince la musica, la passione per il palcoscenico e perché no, l’impegno di continuare a tenere viva la leggenda di Freddie, forse il più grande frontman del rock. Brian, ormai considerato uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi, non si nega collaborazioni con artisti internazionali, da Zucchero a Pavarotti, studiando insieme a Roger Taylor il modo di tornare sul palco per onorare la loro carriera incredibile. Non fa parte del progetto John Deacon, che dopo il “Freddie Mercury Tribute” e l’album “Made in Heaven”, l’ultimo con le tracce ancora cantate da Freddie, preferisce appendere il basso al muro.
“Sono assolutamente senza parole e senza fiato, è completamente inaspettato – commenta quando “Total Guitar” lo decreta miglior chitarrista di sempre - sono profondamente commosso dal fatto che la gente la pensi così. Immagino che indichi che ciò che ho fatto ha saputo influenzare milioni di persone, e questo significa molto per me. Non pretenderò mai di essere un grande chitarrista nel senso di essere un virtuoso, provo a suonare dal profondo del cuore, e questo è tutto”.
Ma Brian May è anche altro: nel 2007 riesce a coronare una promessa fatta ai genitori prendendo un dottorato di ricerca in astrofisica all’Imperial College di Londra: ha 60 anni, e dal 1998 un asteroide porta il suo nome, “52665Brianmay”. Vegano, animalista convinto, nel 2020 è colpito da un infarto da cui si riprende: sposato per due volte, la seconda con l’attrice Anita Dobson, a cui dedicherà la hit dei Queen “I want it all”, è padre di tre figli, James, Louisa ed Emily. Vive a Londra, nell’elegante quartiere di Kensington, e festeggia i 75 anni con l’ennesimo tour “Queen + Adam Labert”.











