MUSICA - Addio a Stefano D'Orazio, il ritmo dei Pooh

“Ma nd’Orazio vai?”, gli urlava il popolo dei Pooh la sera dell’ultimo concerto, nel 2009, quando dopo aver scritto una lettera a cuore aperto, aveva deciso di scendere dalla giostra, dopo giri. Lui aveva sorriso, con gli occhi pieni di lacrime, rispondendo “Grazie, ma io scendo qui”.

Romano, figlio di un caposezione al distretto militare e di un’operatrice di un istituto che si occupava di orfani, Stefano D’Orazio si avvicina alla musica quando capisce che chi suona ha una marcia in più con le ragazze, e visto che tutti si buttano sulla chitarra, lui la spara grossa: “Suono la batteria, non per vantarmi”.

Non era così, ma andava bene lo stesso: una batteria di seconda mano comprata a forza di cambiali, da pagare facendo qualche lavoretto come comparsa a Cinecittà. La svolta arriva nel 1971, quando i Pooh lo strappano a “Il Punto” per sostituire Valerio Negrini, che sceglie di lasciare le scene per trasformarsi nel paroliere della band.

A Stefano scrivere piace: lentamente inizia ad affiancare Negrini nella stesura dei testi e spinge per creare quella che diventerà una delle cifre dei Pooh: brani cantati a quattro voci, con parti soliste e coro finale. Diventa il “ministro delle finanze” della colossale macchina dei Pooh, ormai capace di fare tutto in proprio.

Ma nell’esistenza di Stefano D’Orazio, curiosamente, il mese di settembre è sempre stato fondamentale: era nato a Roma nel settembre 1948 ed è il settembre del 1971 quando entra nei Pooh, il più celebre gruppo italiano. Ma è ancora settembre, il 30 del 2009, quando rende pubblica la sua voglia di andarsene, di mollare tutto e girare pagina. In mezzo ci sono altri 38 mesi di settembre di altrettanti anni passati dietro alla batteria, incidendo 30 album e 350 canzoni, con oltre 7.000 ore vissute sui palcoscenici di tutto il mondo. Cifre impressionanti, che non capitano a tutti, da unire a fama, ricchezza e successo.

Ma splendere davanti ai flash ha un prezzo, racconta D’Orazio a chi da quel giorno in poi gli chiede il perché dell’addio ai Pooh: mentre lui picchiava sui tamburi la schiumarola della vita tirava su minutaglie di esistenza a cui assisteva da spettatore lontano. Natali, estati, piccoli nipoti che nascono e grandi amici che muoiono, mamma e papà che invecchiano e se ne vanno, i piccoli drammi di ogni giorno come la perdita d’acqua in casa, gli occhiali nuovi ed il gatto in giardino e poi gli amori, mai abbastanza vissuti perché c’era sempre una valigia a mettersi di mezzo.

Nel settembre del 2009, a 61 anni, Stefano D’Orazio prende fiato, con i suoi tre colleghi-amici organizza un trionfale tour di addio e fra le lacrime alza per l’ultima volta le braccia per salutare il popolo dei Pooh, che gli ha dato tanto, ma a cui lui sa di aver restituito tutto ciò che poteva. Da quel giorno scopre l’agenda vuota, senza impegni da rispettare, si innamora di Pantelleria e si avvicina ai musical, genere che i Pooh avevano sfiorato anni prima portando in scena Pinocchio. Scrive e produce Aladin, chiedendo ancora ai Pooh di realizzare le musiche, gli Abba gli commissionano la versione italiana del pluripremiato Mamma mia e, incapace di stare fermo, triplica l’impegno con W Zorro, musicato da Roby Facchinetti. A questo aggiunge Confesso che ho stonato, biografia che lui ama definire “autosputtanante”, seguita anni dopo da Non mi sposerò mai, che in realtà dà alle stampe dopo aver portato sull’altare Tiziana Giardoni, l’unica donna che sia mai riuscita a mettergli il freno, dopo una vita costellata di amori da copertina, come la lunga storia con Emanuela Folliero.

Nel 2015 rientra nella band, affiancando Red Canzian, Roby Facchinetti, Dodi Battaglia e Riccardo Fogli nel lungo tour per i 50 anni dei Pooh. Poi torna alla sua vita, ma senza mai uscire dall’orbita di una band che ormai è un timbro indelebile che non va più via.

Scrive ancora testi per i lavori solisti dei suoi “amici per sempre”: l’ultimo è Rinascerò Rinascerai, il brano che Roby Facchinetti ha voluto dedicare alla città di Bergamo, particolarmente toccata dalla prima ondata della pandemia.

Ed è un’ironia involontaria su cui sicuramente Stefano avrebbe scherzato - se avesse potuto - perché mesi dopo proprio quel virus bastardo, lo aspettava al varco la sera del 6 novembre 2020, chiudendo il sipario per sempre.