
Era, per antonomasia, il salone dell’auto migliore d’Europa, il fiore all’occhiello del mercato del vecchio continente, la kermesse in cui nessuno poteva permettersi di mancare. In appena due piani del “Palaexpo” di Ginevra, a due passi dall’aeroporto e dalla stazione, dovevano starci tutti, lasciando poche concessioni allo spettacolo e agli stand faraonici: una pacchia per la stampa specializzata, che adorava l’appuntamento, e per il mercato automobilistico europeo, che sapeva di poter contare su un red carpet di prim’ordine per lanciare i nuovi modelli.
Ma tutto cambia, nulla è eterno, e anche le poche certezze che sembrano salvagenti di fronte alla furia del tempo, finiscono per arrendersi. È andata così anche per il Salone dell’Auto di Ginevra, che in queste ore ha dato l’addio ufficiale forse per sempre all’appuntamento più amato a seguito d’Europa. O per lo meno, l’addio certo è per la tappa svizzera, quella tradizionale, ma si salva l’evento ospitato in partnership a Doha, Qatar, dove ci sono i soldi veri e non gli spiccioli.
Per il prossimo anno, i piani parlavano chiaro: il ritorno in grande stile dell’appuntamento svizzero, dal 14 al 19 febbraio, e un’anteprima mondiale a novembre in Qatar. La condanna della tappa svizzera, dai toni inappellabili, arriva da Maurice Turrettini, Presidente della fondazione Comitè permanent du Salon international de l’automobile de Genève: “A causa delle incertezze dell’economia globale e della geopolitica, nonché dei rischi legati allo sviluppo della pandemia, gli organizzatori hanno deciso di concentrarsi esclusivamente sulla pianificazione dell’evento di Doha nel 2023. Abbiamo fatto tutto il possibile per assicurarci di poter ospitare il Salone a Ginevra a febbraio: il format dell'evento e il progetto sono stati accolti molto bene, ma alla fine i rischi hanno prevalso sulle opportunità”.
Con queste, è la quarta volta consecutiva che il salone di Ginevra salta: la prima nel 2020, in piena era Covid, con un annullamento in corsa a poche ore dal taglio del nastro. Da allora, a mettersi in mezzo è stata la crisi, che bastona il mondo dell’automotive ridimensionando programmi e budget di chi le auto le costruisce. Ma non è da meno la transizione ecologica che la politica pretende sia più veloce della stessa tecnologia, mandando a monte tutte le pianificazioni che vanno oltre il 2035, quando nel vecchio continente i motori termici rimarranno un ricordo da museo.
La colpa- va detto - è anche un po’ degli stessi saloni, concetto che ha perso per strada l’egemonia di un tempo, quando erano un appuntamento imperdibile per vedere le novità automobilistiche, senza mai muovere un dito o tentare di rivedere la propria formula. Tutti, uno dopo l’altro, i saloni hanno assistito imperterriti ad un’emorragia di visitatori, ormai viziati da anteprime, prove e confronti offerte a mani basse dai siti, e dalla scomparsa graduale degli stessi marchi automobilistici, sempre più costretti a piegarsi a tariffe per metro quadro ormai impossibili.
Per l’Europa dell’automobile è una sconfitta sonora, un addio pesantissimo ad un evento nato nel lontano 1905 che ogni anno – fino al 2017 – era meta di 700mila visitatori ad ogni edizione. Bei tempi.









