LUXURY - Arrivano in Europa i Virgin Hotels

Quella di Richard Branson, imprenditore a capo dell’impero “Virgin” è una storia di successo nata quasi dal nulla. Inglese, figlio della middle class londinese, a 16 anni va tanto male a scuola quanto è bravo a sfornare idee: fonda “Student”, un giornalino scolastico che si diffonde a macchia d’olio quando iniziano a comparire interviste a rockstar e celebrità varie. Ma è la musica la vera grande passione di Richard, la molla che lo spinge a creare “Virgin”, un negozio di dischi che nel giro di un paio d’anni appena si trasforma in una vera etichetta discografica a cui riescono colpi che lasciano il mercato musicale senza fiato, come mettere sotto contratto gente del calibro di Mike Oldfield, Sex Pistols, Culture Club, Simple Minds, Phil Collins, Bryan Ferry e Janet Jackson, fino a raggiungere il massimo assicurandosi i leggendari Rolling Stones.

Gli anni Ottanta, che sembrano fatti apposta per chi ha le ambizioni più esagerate, portano Branson a gettare le basi della sua galassia creando i “Virgin Megastore”, seguiti dalla compagnia low cost “Virgin Express”. A coronare il momento, nel 2000 arriveranno una laurea honoris causa alla “Loughborough University” e il titolo di Baronetto assegnato da sua Maestà la regina Elisabetta II.

L’ultima evoluzione - o meglio, la più recente – è la “Virgin Galactic”, la compagnia aerospaziale in corsa per il turismo del futuro con quelle di Elon Musk e Jeff Bezos, altri due miliardari abituati a svettare insieme a Branson nei posti alti della classifica dei più ricchi del mondo.

In mezzo, nel 2010, la parentesi dei “Virgin Hotels”, in fondo il tassello che mancava al puzzle infinito dei territori presidiati da Branson. L’anno successivo, nel 2011, per 14,8 milioni di dollari la neo azienda acquista l’Old Dearborn Bank Building, un palazzo di Chicago alto 27 piani che diventa il primo hotel della catena. Ma soprattutto l’avamposto di un nuovo modo di intendere gli alberghi di lusso, termine che non vuol dire sfarzo gratuito ma un servizio di personalizzazione estrema, discreta e piacevole.

Nel corso di una conferenza stampa di presentazione, è lo stesso Branson a spiegare la sua filosofia: “Non ci saranno spese nascoste, e non ti faranno pagare 10 dollari per una barretta di cioccolato che sai che puoi comprare in un negozio per 2 dollari”.

Nel 2019 arriva il raddoppio, con il Virgin Hotel di San Francisco, fatto proprio seguendo la stessa strategia: acquisire a buon mercato proprietà immobiliari in difficoltà economiche, in un momento in cui l’America vive una profonda recessione immobiliare. Succede lo stesso a New York, Nashville, Dallas e Miami, con l’obiettivo di arrivare a nove strutture entro il 2025. Ma il colpo grosso del 2019 è l’acquisizione dell’Hard Rock Café Hotel di Las Vegas che cambia nome, diventando un’altra stella nel carniere della “Virgin Hotels Group Limited”.

Il passo successivo, annunciato in questi giorni, è la colonizzazione dell’Europa: si parte con i primi due, entrambi in Scozia, a Edimburgo e Glasgow, ma è solo l’inizio. Per la capitale scozzese la scelta è caduta sull’India Buildings, antichissimo palazzo del 1864 nel cuore del centro storico: 225 stanze in versione “smart luxury” dai colori rilassanti con due suite, la “Eve Branson”, intitolata alla madre di Sir Richard, morta lo scorso anno di Covid, e la “Richard’s Flat”, con bar e vasca da bagno a sfioro. Mentre per Glasgow, città natale della moglie di Branson, un palazzo al 236-246 di Clyde Street con vista panoramica sul fiume: 242 stanze fra “chamber suite” e “grand chamber suite”.

“Virgin Hotels è stato lanciato per portare a una ‘smart disruption’ nel settore alberghiero. I nostri hotel mettono il viaggiatore al centro del design e del servizio. Viaggio spesso e so quello che voglio ovunque vada nel mondo: wifi gratuito, nessuna tassa di cancellazione, check-in anticipato o check-out posticipato senza penali. Voglio un letto comodo, spazio per lavorare, un’area ‘social’ per rilassarsi e un servizio di alto livello”.

Nei servizi, un’attenzione particolare agli animali domestici e alla clientela femminile con un tavolino da toilette in argento dotato di specchio ingranditore retroilluminato perfetto per truccarsi. E ancora: alcolici in camera a prezzi abbordabili, iPad di cortesia e la possibilità di controllare tutto, compresa la temperatura della propria stanza, tramite app. Un’ospitalità friendly del tutto inusuale in strutture di fascia alta ma dai costi tutt’altro che proibitivi (una camera parte dai 150 dollari). Ma vista la quotidiana presenza di feste, party e momenti di ritrovo, iniziando dalla sacra ora del tea, non stupisce  il ruolo di un “Director of Entertainment”.

A parte le suite, dotate di una zona soggiorno, le camere hanno letti con testiera ergonomica e pedane regolabili elettricamente. Ognuna dispone di un piccolo ricettario per cocktail da preparare in camera con gli ingredienti del minibar.