
Gli avvocati che si occupano di lasciti ed eredità lo sanno bene: ci sono famiglie finite per vie legali per un semplice garage. Figuriamoci cosa può succedere se di mezzo c’è qualcosa di molto più prezioso, come ad esempio “Idol’s Eye”, un diamante da 70,21 carati.
Secondo quanto rivelato dal “Financial Times”, due sceicchi del Qatar sarebbero finiti a carte bollate convinti di poter accampare la proprietà della straordinaria pietra. I due, entrambi componenti della famiglia al-Thani, sarebbero già comparsi insieme a frotte di legali davanti all’Alta Corte di Londra presentando carte, documenti, prove e memorie.
L’Idol’s Eye è un diamante dal colore blu chiaro ritrovato nel 1600 nel sultanato di Golconda, antica città dell’India oggi in rovina, un tempo celebre proprio per i giacimenti alluvionali pieni zeppi di pietre preziose. Secondo la leggenda, il diamante era inizialmente di proprietà del principe Rahab di Persia, costretto a cederlo per coprire alcuni debiti. L’occhio dell’idolo riappare all’improvviso il 14 luglio 1865 in un’asta ospitata a Londra da “Christie’s”, dove finisce nelle mani del sultano ottomano Abdul Hamid II. Dopo la rivoluzione turca Abdul viene esiliato a Parigi, dove arriva portandosi appresso una consistente parte di gioielli imperiali. Peccato che uno suoi servitori più fidati ruba i preziosi e nel 1909 riesce a venderli fuggendo con una fortuna in tasca. L’Idol’s Eye, in particolare, entra nella collezione privata di un aristocratico spagnolo e del diamante a quel punto si perde ogni traccia fino al termine della seconda guerra mondiale, quando il gioielliere americano Harry Winston annuncia di averlo acquistato, salvo poi rivenderlo poco tempo dopo alla filantropa May Bonfils Stanton.
Nel 1962, alla morte della nobildonna, l’Idol’s Eye viene acquistato all'asta da Harry Levinson, proprietario di una celebre gioielleria di Chicago. Da allora, passando di mano in mano, la pietra finisce fra i beni della “Elanus Holdings Limited”, una finanziaria che fa capo egli eredi dello sceicco Saud bin Mohammed al-Thani, scomparso a soli 48 anni nel 2014, lo stesso anno in cui la holding cede la pietra in prestito con un contratto ventennale alla “Qipco”, società dello sceicco Hamad bin Abdullah al-Thani, collezionista d’arte, figlio di un ex-primo ministro e cugino dell’attuale emiro del Qatar, lo sceicco Tamim bin Hamad al-Thani.
E qui arriva il problema. Una particolare clausola del contratto concedeva alla Qipco la possibilità di acquistare la pietra in qualsiasi momento ad prezzo minimo di 10 milioni di dollari, cifra suscettibile di variazioni dopo l’obbligo di far valutare la pietra da almeno due diverse case d’asta indipendenti. Sempre che la Elanus fosse d’accordo, ovviamente.
Una lettera datata 2020 annunciava l’intenzione di vendita da parte della Elanus, ma per motivi che accerterà il tribunale inglese, la vendita non c’è mai stata, anche per via di una successiva email ufficiale della Elanus in cui si negava qualsiasi intenzione di vendere la pietra. La Qipco, a quel punto, decide di fare causa convinta di avere diritto all’acquisto: da qui la causa fra i due parenti, che grazie alle fortune personali non hanno esitato a chiedere la consulenza ai più prestigiosi studi legali londinesi.











