L'INTERVISTA - Enrico Piacentini, l'uomo che ha visto il futuro
Foto 1

di Germano Longo

Il “Millennium Bug”, il baco che la notte di capodanno fra 1999 ed il 2000 aveva minacciato di riportare il pianeta all’età della pietra, si era rivelato una sonora bufala. Anzi, per dirla tutta uno dei primi, veri business informatici.

Ma per tanti era comunque una premonizione: stavamo entrando nel nuovo millennio, quello che avrebbe consegnato per intero le nostre esistenze alla rete e alla tecnologia. Certo, allora era roba difficile da immaginare: internet c’era da un pezzo, ma bisognava sapere esattamente dove andare a parare, e c’erano anche i motori di ricerca ma erano lenti, imprecisi e quasi mai affidabili. In quegli anni, per di più, si consumavano anche gli ultimi rantoli del “floppy disk”, il supporto di memoria in plastica che oggi fa tenerezza di fronte allo scibile umano che può trovare posto in una banale pendrive.

Enrico Piacentini, classe 1965 da Legnano, la città dell’omonima battaglia e unico comune italiano citato nell’Inno di Mameli, dal settore immobiliare era passato da poco a quello bancario. Un gran colpo, per lui che era già diventato padre di due dei tre figli che il destino gli avrebbe assegnato, ma nell’aria c’era qualcosa che non gli dava pace: un suono lontano, un richiamo, un campanello, una lucina intermittente da una galassia lontana. Erano il web, la tecnologia e le infinite possibilità future che di colpo, quel giorno, era riuscito ad intravedere.

È servito coraggio, ammette oggi Piacentini: mollare il celebre “posto fisso” che per gli italiani è (o meglio, era), un mantra, ai tempi equivaleva ad essere – nell’ordine – pazzi, maniaci o visionari. A quest’ultima categoria, tanto per capirci, appartengono quelle menti che chiuse nei loro garage californiani - fra canne, palme e tavole da surf - un giorno di qualche decennio fa hanno immaginato per primi la realtà che viviamo oggi. Senza tanta altra gente come loro, ordinatamente disseminata lungo i secoli, saremmo ancora fermi alla ruota, al baratto e agli zoccoli.

Piacentini ha preso fiato, si è raccomandato a qualche santo e alla faccia di non ci credeva ha aperto la sua “Web Agency”: allora, più o meno come inaugurare un concessionario di navette spaziali nel deserto dell’Angola.

“Mi sono reso conto che qualcosa stava cambiando, che il mondo digitale avrebbe trasformato le nostre esistenze in un paio di giri di calendario. Nella banca in cui ero stato appena assunto, l’ufficio marketing (ciò che avevo studiato all’università) era più o meno un cimitero degli elefanti: finiva lì chi era in punizione, come i soldati quando li mettono a guardia di una porta inutile per tutta la notte. Così ho deciso di scommettere su me stesso, e con un’aggravante in più: non ero (e non sono) un informatico. Sia chiaro, non ero l’unico al mondo ad aver fatto certi pensieri, ma soprattutto in Italia eravamo uno sparuto gruppo di folli visti come alchimisti, druidi e avventurieri di un universo inesplorato che avrebbe finito per ingoiarci”.

E poi?

“E poi è andata bene: dai 4 incoscienti degli inizi, l’agenzia è cresciuta arrivando a 30 dipendenti, proprio mentre il mondo in quegli anni stava ‘swichando’: da analogico diventava digitale. La tecnologia era pronta a cambiarci le esistenze diventando un supporto per vivere meglio e semplificare tutto ciò che facciamo”.

Forse a volte un po’ troppo: o no?

“Un po’ di schiavitù c’è, è chiaro: andiamo nel panico se uscendo scordiamo lo smartphone a casa, o impazziamo se ‘non c’è campo’. Ma farne a meno ormai è impossibile, e lo sarà sempre di più. Il trucco è farsela amica, la tecnologia, capire i nuovi paradigmi, impararli e non pensare mai di esserne padrone, perché le regole cambiano e i linguaggi si evolvono senza avvisare nessuno”.

Non è così facile.

“No, ma neanche complicato come sembra: serve un apprendimento costante e continuo, perché prima del web ognuno di noi aveva un’esistenza segnata: imparava, metteva in pratica e alla fine trasferiva le proprie conoscenze a qualcun altro. Oggi non è più così: se non ti adegui in fretta, nel giro di pochi mesi sei tagliato fuori. La pandemia e il lockdown, ad esempio, hanno cambiato per sempre le nostre esistenze, e tutto è avvenuto in meno di 24 mesi: le signore chiuse in casa che giocoforza hanno imparato a fare acquisti in rete, non torneranno più indietro. E sarà sempre più così: leggevo che il 3% della popolazione mondiale, per mantenersi si mette alla guida di un veicolo, parlo di camionisti, trasportatori, tassisti, autisti, corrieri e via così. Ma nel giro di qualche anno, la guida autonoma cancellerà quei mestieri, uno dopo l’altro: il peccato imperdonabile è non capirlo e non pensarci per tempo”.

E dopo l’agenzia?

“Ho mollato perché sono insaziabile, un bulimico di emozioni, esperienze e suggestioni. Sono entrato come direttore marketing in quella che oggi si chiama ‘H2H Creative Production’, una grossa agenzia di comunicazione digitale che fa parte di un gruppo quotato in borsa”.

Ma sei anche uno dei pochi Approved Trainer Sales Solutions di Linkedin, il social più anomalo che ci sia.

“Anomalo, ma in senso positivo: va capito e usato come si deve, o non serve a niente. È visto come un social serioso, basato sul business e sul lavoro, ma in realtà non è così: certo non serve per postare foto di gattini o di Spritz in riva al mare, ma è un contenitore di idee e di storie che possono coinvolgere gli altri, creando relazioni: è quello a portare i risultati, non presentare curriculum e inviare email spiegando quanto si è tosti, preparati e pronti a sgranocchiare i mercati. Bisogna crearsi una reputazione e darsi al prossimo, prima di ricevere: mi rendo conto che è un concetto un po’ astratto, ma funziona così”.

Come se non bastasse, sei l’ideatore del TEDx Legnano: ci spieghi, nell’ordine, cos’è un TED e cosa cambia con la X finale?

Un TED (Technology Entertainment Design), è un evento basato su interventi di ospiti invitati che ogni anno seguono un tema conduttore assegnato, in qualche modo sempre legato all’imprimatur iniziale: “attivare il potere delle idee per cambiare il mondo”. L’idea nasce alla metà degli anni ’80 nella Silicon Valley, in California, e nel tempo si è estesa toccando il mondo scientifico, culturale e accademico. La “X” finale indica conferenze indipendenti autorizzate su licenza dalla “Sapling Foundation” che devono essere rigorosamente no-profit per tutti, ospiti e staff. A Legnano siamo arrivati alla quarta edizione, fra l’altro l’ultima conclusa da poco, ed è il mio orgoglio, il mio “buen retiro”, perché ogni anno, oltre a decine di volontari, impegna tutta la mia famiglia. E questo mi riempie di soddisfazione”.

Per finire obbligatoriamente con “Tardivi digitali”: un’altra delle tue idee.

“I Tardivi Digitali sono i ‘boomers’, tutti quelli che, come me, appartengono alla generazione di mezzo, nati analogici e transitati nel digitale a prezzo di grandi sforzi e immense fatiche. Sono quelli che non capiscono i figli se guardano per ore un tizio su TikTok che gioca, senza capire che non c’è alcuna differenza con il guardare una partita di calcio in tivù: o giochi di persona oppure il resto è solo questione di gusti. È un paradigma diverso, che crea a volte solchi profondi di incomunicabilità. Ma è così, lo è sempre stato: crescendo, un giorno si entra di colpo nella categoria delle specie in via di estinzione e tutto quello che succede si fa distante, irraggiungibile: mio padre, a 87 anni, è un tardivo digitale perché malgrado ce la metta tutta, per lui lo smartphone resta un mistero insondabile comandato da chissà quale entità aliena”.

L’ultima domanda: che futuro ci aspetta?

“Al netto delle crisi climatiche e geopolitiche, il domani sarà entusiasmante: faremo cose che oggi neanche possiamo immaginare e per questo invidio le generazioni che verranno. Ognuno di loro avrà letteralmente il mondo in mano, e se sapranno essere migliori di quanto siamo stati noi - padri e madri di oggi - vivremo in un mondo fantastico”.