
Il rock non morirà mai, ma i rockettari invecchiano, stentano, arrancano e a volte capita anche a loro di morire. L’ultimo in ordine di tempo Taylor Hawkins, 50 anni, il batterista dei “Foo Fighters” trovato morto in una stanza d’albergo a Bogotà. Ma scendere dal palco è dannatamente difficile, e sostituire il clamore della folla con il silenzio dei giardinetti guardando i nipotini, o un’occhiata ai nuovi cantieri in zona, non basta.
La più lampante dimostrazione del concetto sono gli eterni “Rolling Stones”, che da 60 anni attraversano il pianeta urlando forse non a caso “I can’t get no satisfaction”, non posso essere soddisfatto. E non lo fanno per il mutuo da pagare o il bagno in casa da rifare, ma per quello che si diceva prima: l’insopportabile silenzio del dopo.
Per questo, merita più di un applauso il coraggio di Phil Collins, 71 anni, nato batterista dei “Genesis”, la leggendaria band rock progressive britannica, e poi salito di rango diventando un artista capace di vendere 150 milioni di dischi in tutto il mondo, e senza neanche il fastidio di dover dividere la torta con gli altri.
Qualche sera fa, sabato 26 marzo scorso, nell’enorme catino della “02 Arena” di Londra, ha dato l’addio alle scene e alla musica. In una parola, alla vita che ha fatto dai primi anni ’70, quando era entrato nella band nata alla “Charterhouse School” di Godalming, nel Surrey.
Quella sera era già stata una pena, vederlo salire sul palco con aria fragile e insicura, accompagnato da un bastone e poi costretto a sedersi su una sediolina fra Mike Rutherford e Tony Banks, invece di afferrare le bacchette e infiammare la platea con il tipico sound dei suoi tamburi.
“È una serata speciale, questa è l’ultima data del tour ed è anche l’ultimo concerto dei Genesis. Sto male, ho otto viti nella schiena e non riesco neanche più a prendere le bacchette in mano”.
Che Phil avesse problemi di salite da tempo non era un segreto per nessuno: decenni passati a suonare la batteria in una posizione sbagliata gli avevano provocato uno schiacciamento delle vertebre che diverse operazioni hanno tentato di correggere, non solo senza risolvere nulla, ma addirittura causandogli una lesione ai nervi. Se a questo si aggiunge un po’ di diabete, la pancreatite, la dipendenza da alcol e tre matrimoni costati come una finanzxiaria, il quadro è completo. E anzi, sembra già un miracolo che sia ancora tra noi.
“È successo gradualmente, la prima avvisaglia durante la reunion dei Genesis nel 2007 - aveva raccontato nel corso di un’intervista - poi una sera ho suonato con Clapton e ho provato una sensazione tipo: ‘Non può succedere proprio a me’. Mi sono spaventato. Una delle mie poche certezze era che potevo sedermi alla batteria e fare qualcosa di buono, e all’improvviso non ero più in grado”.
Poi, senza perdere l’ironia che lo ha sempre contraddistinto, Phil ha voluto mettere la parola fine ad un’epoca scatenando il sorriso fra la gente della 02 Arena: “Ora dovrò trovarmi un lavoro vero”.










