LAVORO - Dilaga il fenomeno delle dimissioni volontarie

In America, dove hanno l’abitudine di dare un titolo roboante a tutto, la chiamano “The Great Resignation”, al netto del cambio attuale “le grandi dimissioni”, una definizione coniata dallo psicologo texano Anthony Klotz.

Si tratta ancora una volta un fenomeno collaterale al virus, che a quasi due anni di distanza dall’avvento continua a mostrare con quanta sapienza ha saputo scavare e dissotterrare sentimenti sconosciuti dalle vite della gente. Proprio negli Stati Uniti il fenomeno sta raggiungendo cifre preoccupanti, valutato in quasi 11 milioni di americani che pochi mesi fa, fra luglio e agosto, hanno deciso di dire addio al vecchio posto di lavoro. Per buona parte, dicono le statistiche, si tratta di lavoratori di settori come la sanità e il comparto tecnologico, entrambi soggetti ad aumenti della domanda nella fase post-pandemica che spesso ha portato a carichi di lavoro ingestibili e fenomeni di “burnout”, la celebre sindrome dell’esaurimento sul posto di lavoro figlia dello stress, per di più accompagnata dall’idea che la progressione della carriera sia difficile, se non impossibile. Effetti collaterali al lavoro a cui hanno deciso di dire basta soprattutto persone di età compresa fra 30 e 45 anni,

Indagini e sondaggi raccontano che per buona parte si devono ad una nuova ondata di malcontento, unita all’idea che la vita è breve e piena di incognite, e allora è meglio dedicarsi ad inseguire i propri sogni a cominciare da quelli lavorativi, che quasi mai coincidono con quel che si è costretti a fare per vivere. Una forma di ribellione e di ricerca di benessere personale che, secondo gli esperti, ha avuto origine nei lunghi mesi passati fra lockdown e coprifuoco, quando il tempo per riflettere e mettere ordine alla propria esistenza ha portato molti a voler rimettere in discussione tutto quello che prima del virus girava male lo stesso, ma si accettava a scatola chiusa.

“Più di un decennio fa gli psicologi hanno documentato un cambiamento generazionale nella centralità del lavoro nelle nostre vite – commenta Adam Grant, docente alla “Wharton School” – i millennial erano più interessati a lavori che fornivano tempo libero e vacanze rispetto a quanto lo fossero i loro genitori”. Una sorta di rinascimento quindi di cui, sempre secondo il parere degli esperti, la società odierna dovrebbe interrogarsi, visto che se tanta gente sceglie di scendere dalla giostra, varrebbe la pena di capire se la giostra girasse nel modo giusto. E ancora capire fino in fondo quanto il concetto di successo sia cambiato, passando dal sacrificio verso il lavoro al bisogno di flessibilità e autonomia, anche a costo di guadagnare meno. “Licenziarsi è un concetto tipicamente associato a perdenti e fannulloni. Ma questo livello di abbandono sembra piuttosto un’espressione di ottimismo: quella di chi dice “possiamo avere di meglio”, commenta il giornalista Derek Thompson.

Dopo gli Stati Uniti, il fenomeno della Great Resignation sta iniziando a farsi strada anche nel Regno Unito, dove secondo alcune previsioni potrebbe avere effetti ancora più devastanti sui servizi e la produttività per mancanza di personale specializzato. In modo meno grave, ci si aspetta che il trend colpisca anche l’Europa, anche perché da queste parti licenziarsi e sperare di trovare un altro lavoro equivale a qualcosa di assai simile al suicidio.