SOCIETA' - C'è un'Italia che non si fida più di nessuno

Se perfino William Shakespeare diceva “Ama tutti, credi a pochi e non far del male a nessuno”, allora diventa chiaro che la fiducia nel prossimo è merce rara. Se a questo si aggiunge la diffidenza cronica degli italiani, allenati a doversi guardare da fregature e fregatori dalla professionalità riconosciuta ovunque.

La fiducia da queste parti non si regala, non si presta e soprattutto non si rischia. Lo dicono i numeri, ma lo conferma anche la sensazione diffusa: meglio stare in guardia, perché il prossimo – se potesse – ne approfitterebbe.

È questo il clima che emerge dalla ricerca “Gli italiani e lo Stato”, realizzata da LaPolis dell’Università di Urbino con Avviso Pubblico. Un’indagine che fotografa un Paese chiuso, sospettoso e sempre più allergico all’idea stessa di comunità.

Il dato che colpisce di più è semplice e brutale: il 71% degli italiani, una percentuale mai così alta, pensa che gli altri siano pronti a sfruttare la sua buona fede e solo il 27% ritiene che la maggior parte delle persone sia degna di fiducia. Uno su quattro, mentre tutti gli altri vivono con il freno a mano tirato.

La sfiducia non è più un’eccezione, ma una regola non scritta che da queste parti si impara in fretta, nei primi anni di vita. E la politica ci sguazza da anni, anzi, l’ha trasformata in un linguaggio. Diffidare delle istituzioni, dei partiti e dei leader è diventato un modo efficace per raccogliere consensi.

È un paradosso arcinoto: basta presentarsi all’elettorato contro tutto e tutti, salvo poi scoprire che governare significa stare esattamente dentro quel “tutto” che si contestava.

Ma la sfiducia non nasce nei palazzi, viene da lontano, più precisamente dalla fine dei grandi partiti di massa, quando la politica ha smesso di essere appartenenza per diventare un rapporto individuale e spesso fragile. Da allora, il legame collettivo si è sfilacciato. Oggi resta un popolo fatto da individui che si osservano a distanza, pronti a difendersi più che a collaborare.

Spiace soprattutto che a diffidare di più siano i giovani, le generazioni che dovrebbero costruire relazioni, reti e futuro. Tra loro il sospetto è forte, mentre gli over 65 mostrano una maggiore disponibilità alla fiducia. Forse perché hanno vissuto più relazioni faccia a faccia, o forse perché sanno che senza gli altri si invecchia prima, dentro e fuori.

La diffidenza cresce tra chi si auto-esclude, chi non vota e chi si colloca agli estremi: meno fiducia negli altri, meno ancora nella politica. Un filo diretto che passa anche dal declino delle associazioni, della partecipazione, delle esperienze condivise. Meno spazi comuni significa meno legami, e meno legami si traduce in meno fiducia.

Nel frattempo ci si rifugia nel digitale, sempre più connessi e soli, con i social che accorciano le distanze, ma non sanno costruire fiducia, perché quella nasce dagli sguardi e dalla presenza, non da uno schermo.

Una società che non si fida tenta solo di difendersi ma senza crescere. E vivere sulla difensiva, alla lunga, logora.