LA STORIA – Emmanuelle Polack, la «monument woman»
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Al contrario dei “Monument Men”, la squadra incaricata dall’esercito americano di recuperare le opere d’arte trafugate e saccheggiate dai nazisti, celebrata dall’omonimo film del 2014, lei lavora da sola. La chiamano “Indiana Jones”, ma lei rimanda al mittente anche questo soprannome, e se proprio deve darsi una definizione preferisce quello di “riparatrice”.

Emmanuelle Polack, 56 anni, francese di Saint-Germain-en-Laye, un sobborgo di Parigi, è una storica dell’arte con dottorato sul mercato degli anni Trenta e Quaranta che ha scelto di specializzarsi nella complicata missione di recuperare opere d’arte trafugate dai nazisti e restituirle agli eredi dei proprietari a cui erano state tolte, gente per lo più finita nei campi di concentramento.

Quella che considera una missione doverosa inizia per caso, quando consultando il registro dei beni trafugati dai nazisti conservato nel memoriale della Shoah di Parigi, si imbatte nel suo cognome, seguito da un indirizzo che ricorda come quello dei nonni. Inizia una ricerca fatta di passione e pazienza di piccoli indizi ormai sepolti dal tempo, per restituire alla sua famiglia almeno la memoria e un ricordo di quella parte della famiglia morta nelle camere a gas di Auschwitz.

Da lì, Emmanuelle abbandona l’idea di una carriera accademica per diventare una “monument woman” dei capolavori razziati. Ogni volta che individua un’opera d’arte è lei stessa a guidare gli eredi spiegando l’ubicazione attuale e i documenti che è necessario presentare per riaverli indietro. Fra i tanti, si occupa della restituzione di una tela di Matisse alla giornalista francese Anne Sinclair, frutto della razzia di Hildebrandt Gurlitt, il “mercante del diavolo” incaricato da Hitler in persona di acquisire con ogni mezzo i capolavori dell’arte di tutt’Europa, ritrovato insieme ad altri 1.400 quadri nell’appartamento di Monaco del figlio di gerarca nazista. Ed è sempre lei, analizzando alcune vecchie foto della casa di famiglia di Pauline Baer de Perignon, a individuare diversi quadri finiti in musei e collezioni, avviando le procedure per la restituzione.

Un lavoro che lo scorso anno ha catturato l’attenzione di Jean-Luc Martinez, il direttore uscente del “Louvre” di Parigi, che le chiede di dare una provenienza certa alle acquisizioni del museo comprese fra il 1933 ed il 1945, per confermare o cancellare per sempre i sospetti che aleggiano su alcune delle opere esposte. Il lavoro che ha di fronte Emmanuelle è immenso: si calcola che almeno 100mila opere d’arte furono trasferite dalla Francia alla Germania durante l’occupazione nazista, e di queste solo 60mila sono state rintracciate, anche se c’è il fondato sospetto che molte siano andate distrutte o acquistate da collezionisti privati e ormai difficilissime da rintracciare.

Dopo aver imparato a districarsi negli immensi archivi della “Courneuve”, dove si conservano i registri delle acquisizioni dei musei francesi, e quelli di Coblenza, in Germania, la professoressa Polack mette a segno il primo colpo ricostruendo la collezione di Armand Isaac Dorville, avvocato ebreo appassionato d’arte la cui collezione di quadri, che comprendeva opere di Renoir, Bonnard, Manet e Delacroix, era sparita misteriosamente dal suo castello di Cubjac, in Dorgogna, per ricomparire anni dopo, venduta in blocco al Louvre.

“Il mio lavoro è affascinante ma anche complicato: mi porto sempre dietro un grande quaderno in cui annoto tutti i dettagli, organizzandoli secondo un metodo che ho appreso da mio marito, che fa il fisico. Non è facile navigare a ritroso nelle acque nere della Shoah, alcune volte ho l’impressione di essere un salmone che tenta faticosamente di risalire la corrente. Ma vado avanti, perché negli ultimi anni è ripreso l’interesse per le opere d’arte trafugate dai nazisti per via di un effetto generazionale: i nostri nonni sono stati derubati, i nostri genitori hanno cercato di dimenticare, mentre noi vogliamo rendere giustizia e riparare”.