
È il pollo fritto il simbolo di “KFC”, acronimo di “Kentucky Fried Cicken”, colosso americano del fast-food nato dalla ricetta del Colonnello Harland Sanders (che poi colonnello non era) e delle sue 11 tra erbe e spezie con cui è condito.
Ma questa volta, malgrado la grande digeribilità, il pollo rischia di essere indigesto per i 30mila locali KFC presenti in oltre 150 paesi.
Tra inchieste giornalistiche, controlli sanitari e testimonianze di ex dipendenti, un doppio scandalo esploso nel Nord Europa ha sollevato interrogativi sulla gestione degli alimenti nei ristoranti della catena. E mentre Danimarca e Repubblica Ceca indagano, anche in Italia cresce la richiesta di trasparenza.
Il caso danese
La vicenda è iniziata nell’estate del 2025, quando il programma investigativo danese “Kontant”, trasmesso dall’emittente pubblica “DR”, ha mandato in onda un servizio destinato a far discutere. Alcuni ex dipendenti raccontavano che nei ristoranti KFC del Paese il pollo scongelato oltre la scadenza sarebbe stato rimesso in vendita dopo aver sostituito l’etichetta con una nuova data.
Secondo le testimonianze raccolte, non si sarebbe trattato di un episodio isolato ma di una pratica ripetuta nel tempo. Le rivelazioni hanno spinto l’Autorità Veterinaria e Alimentare danese ad avviare una serie di controlli su tutta la rete nazionale della catena.
I risultati delle ispezioni sono stati assai duri: tutti gli 11 ristoranti KFC presenti in Danimarca hanno ricevuto valutazioni igieniche giudicate insufficienti. Gli ispettori segnalavano frigoriferi sporchi e a temperature non adeguate, problemi di etichettatura e persino carne coperta di muffa. Nel giro di poche settimane la catena ha deciso di chiudere tutti i locali del Paese in attesa di individuare un nuovo operatore in franchising.
Repubblica Ceca, oltre cento controlli
Tre mesi dopo, a settembre, un nuovo fronte si è aperto in Repubblica Ceca. Un’indagine giornalistica indipendente ha riportato accuse analoghe a quelle emerse in Danimarca: carne conservata oltre i limiti consentiti, confezioni rietichettate e pollo servito nonostante cattivo odore o evidenti segni di deterioramento.
Le testimonianze raccolte dal reporter investigativo Jan Tuna descrivevano un sistema in cui la carne scaduta sarebbe stata lavata, rietichettata e talvolta rimessa in vendita dopo lunghi periodi di conservazione. Accuse che l’azienda ha respinto, sostenendo che eventuali irregolarità sarebbero episodi isolati e non rappresentativi delle procedure interne.
Nel frattempo è scesa in campo anche l’Autorità Statale di Ispezione Agricola e Alimentare (SZPI), che nel corso del 2025 ha effettuato oltre 140 controlli nei ristoranti della catena, registrando violazioni in circa un locale su tre.
Uno degli episodi più discussi riguardava un KFC nella città di Liberec, dove gli ispettori hanno rinvenuto quasi nove kg di carne marinata oltre la data di scadenza pronta per l’utilizzo in cucina. L’operatore locale AmRest ha spiegato che il prodotto non era stato destinato alla vendita ma destinato ad essere smaltito la sera stessa, ma la procedura non era stata seguita correttamente.
Il caso arriva al Parlamento UE
Inevitabilmente, il clamore mediatico e politico è cresciuto rapidamente e la questione ha superato i confini nazionali quando un eurodeputato ceco ha presentato un’interrogazione alla Commissione UE, chiedendo quali fossero gli strumenti previsti per verificare il rispetto degli standard alimentari nei ristoranti della catena presenti sul territorio europeo, e da locale, il tema è diventato un caso europeo, in cui sicurezza alimentare e trasparenza delle catene di ristorazione sono finite al centro del dibattito.
Le domande che arrivano anche in Italia
L’associazione “Essere Animali” ha chiesto a KFC Italia di dimostrare che situazioni analoghe non si verifichino nei ristoranti presenti nel Paese.
“Quanto emerso in Danimarca e Repubblica Ceca sembra indicare pratiche diffuse - afferma il presidente dell’organizzazione Simone Montuschi - per questo chiediamo all’azienda di fornire prove concrete che episodi simili non si verifichino nei locali italiani”.
La richiesta riguarda una rete che continua a crescere: il marchio conta già oltre 100 ristoranti in Italia e punta a superare quota 200 entro il 2027, con un fatturato dichiarato che si aggira intorno ai 180 milioni di euro.
Il mercato italiano ha alcune caratteristiche peculiari: circa il 70% dei clienti consuma il pasto direttamente all’interno dei locali, una percentuale molto più alta rispetto ai Paesi anglosassoni, dove la consumazione in sala si ferma tra il 15 e il 20%. Il pubblico principale resta quello dei giovani tra i 16 e i 38 anni, anche se negli ultimi anni la catena ha dichiarato di voler ampliare la propria offerta anche alle famiglie.
Il nodo della filiera
Le polemiche non riguardano soltanto la gestione dei ristoranti. Da tempo Essere Animali chiede alla filiale italiana del marchio di aderire allo “European Chicken Commitment (ECC)”, uno standard europeo che mira a migliorare le condizioni di allevamento dei polli destinati alla filiera alimentare.
Tra i criteri previsti figurano densità di allevamento più basse, l’utilizzo di razze a crescita più lenta e arricchimenti ambientali negli allevamenti. L’associazione sostiene che tali misure non riguardano solo il benessere animale, ma possano incidere anche sulla qualità del prodotto finale.
Nel report “The Pecking Order”, che analizza le politiche delle grandi catene di fast food sul tema, KFC continua a ricevere valutazioni considerate insufficienti. Secondo i dati citati dall’organizzazione, la quota di razze di pollo considerate più adatte al benessere animale sarebbe addirittura scesa dal 7,21% nel 2022 allo 0,9% nel 2023.
Le indagini diffuse dall’associazione mostrano inoltre immagini di allevamenti collegati a fornitori della catena, con migliaia di polli in capannoni sovraffollati e animali con ferite o bruciature causate dal contatto prolungato con lettiere ricche di ammoniaca.
Un caso che resta aperto
Mentre in Danimarca i ristoranti KFC restano chiusi in attesa di un nuovo operatore e in Repubblica Ceca continuano le verifiche delle autorità sanitarie, la vicenda non sembra destinata a spegnersi rapidamente. Anzi.








