
No, il “Club Sandwich” non è soltanto un panino: è il più nobile ed eccentrico degli snack.
Nasce alla fine dell’Ottocento tra velluti, sale da lettura e i più esclusivi circoli privati di New York, e da allora non ha mai lasciato il palcoscenico del gusto internazionale. Stratificato, geometrico, diviso in modo impeccabile in triangoli e fermato dagli immancabili stecchini, è diventato un’icona che va bene sempre, dal business lunch al brunch domenicale, dalla pausa gourmet all’hotel a cinque stelle con vista sulla skyline.
Secondo la versione più accreditata, il sandwich sarebbe stato inventato allo “Union Club” di New York. Una ricetta pubblicata sul quotidiano “The Evening World” il 18 novembre 1889 descriveva un sandwich composto da pane Graham tostato, tacchino o pollo e prosciutto. Altri attribuiscono la paternità alle cucine del “Saratoga Club”, poi trasformato nel celebre “Canfield Casino” intorno al 1894.
La disputa storica resta aperta, ma alla fine del XIX secolo il club sandwich era già nei menu dei ristoranti americani, e nel 1903 compariva persino nel libro “Conversations of a Chorus Girl” di Roy Larcom McCardell.
La forza è nella struttura, con due — talvolta tre — livelli di pane tostato bianco, pollo (spesso sostituito dal tacchino), bacon croccante, lattuga iceberg, pomodoro e maionese. Un equilibrio di consistenze che ha fatto scuola.
Nel tempo sono nate varianti con uova, roast beef, prosciutto o formaggio, versioni vegetariane con hummus e avocado, reinterpretazioni “luxury” con ostriche, salmone o granchio. C’è persino chi, negli anni Ottanta, azzardò una versione con burro d’arachidi e banana, sulla scia dell’Elvis sandwich.
Servito con coleslaw, patate o patatine fritte, il club sandwich è diventato talmente universale da essere utilizzato come indicatore del costo della vita nei viaggi internazionali: se c’è un hotel, allora non può mancare un club sandwich sul menu.
Tanta popolarità ha anche scatenato critiche feroci per l’elevato contenuto calorico (pane bianco tostato, pancetta e salse) che lo ha spesso collocato nella categoria dei piaceri poco salutari. Nel 2000 ha fatto discutere la versione “club chicken” di Burger King: 700 calorie, 44 grammi di grassi e 1.300 milligrammi di sodio.
Ma il club sandwich non demorde e cambia ancora pelle. Una delle più recenti reinterpretazioni è di “KFC”, il colosso mondiale del pollo fritto fondato dal leggendario Harland Sanders, l’uomo dell’Original Recipe con il celebre mix segreto di erbe e spezie.
Nei ristoranti del Colonnello arriva il “Colonel’s Sandwich”, un omaggio al grande classico del cosiddetto luxury street food, filtrato però attraverso l’identità del brand. Protagonista assoluto è il filetto di pollo croccante, lavorato a mano e avvolto in una panatura dorata e fragrante secondo la tradizione KFC. Attorno, una costruzione fedele allo spirito originario ma contemporaneo: insalata croccante, pomodoro fresco, bacon, formaggio fuso e la Colonel’s Sauce, salsa leggermente affumicata e agrodolce, il tutto racchiuso tra fette di pane tostato. Disponibile anche una variante con cavolo rosso che aggiunge freschezza.
L’operazione arriva dopo il lancio dei “SuperGlassati”, linea in edizione limitata con glassatura “estrema”, e si inserisce in una strategia che punta a rileggere i classici della cultura pop gastronomica con il linguaggio del fast food.
KFC, con conta oltre 30.000 ristoranti in più di 145 Paesi, è parte del gruppo “Yum! Brands”, a cui appartengono anche celebri format come “Pizza Hut”, “Taco Bell” e “The Habit Burger Grill”, per un totale che supera complessivamente i 53.000 ristoranti in oltre 155 Paesi.










