
Un tempo erano chiamate bugie, balle, ciance o frottole, poi è arrivato il web e la disinformazione è finita in un calderone unico chiamato fake news, termine inglese che indica notizie false e distorte diffuse a volte per interesse, altre per semplice gusto sadico. Storicamente, tanto per rassegnarsi, le panzane non sono mai mancate: era una fake la notizia della morte di Napoleone, nel 1814, con conseguente crisi della borsa di Londra, come falsa era la celebre “Guerra dei mondi” di Orson Welles, una trasmissione radiofonica in onda sulla CBS nel 1938 in cui l’attore leggeva dispacci militari che raccontavano in dettaglio le concitate fasi di un’invasione aliena ad un pubblico aveva creduto ogni cosa, ed era ormai in preda al panico.
Ma è proprio durante la pandemia, che la disinformazione ha trovato terreno fertile, con milioni di fake rimbalzate in tutto il mondo: dalla correlazioe fra virus e il 5G alla candeggina suggerita da Donald Trump, in un anno e mezzo non sono mancate le occasioni per farsi due risate. Ma anche quelle per contare qualche vittima in più.
È sulle fake news che si è concentrato il lavoro della Iconsulting, società di elaborazione dati che ha sviluppato un algoritmo in grado passare al setaccio ogni singolo account su cui, dal 27 dicembre 2020 (data d’inizio della campagna vaccinale) sia comparso un hashtag riferito al vaccino. Con l’aggiunta di contare una per una le bufale fino ad arrivare ad una classifica di affidabilità dai risultati assai sorprendenti.
Per cominciare, l’aumento delle fake news dall’avvento della pandemia è stato impressionante: secondo un report del 2020 contenuto nella relazione annuale della polizia postale “Sulla politica dell’informazione per la sicurezza”, si parla del 436% in più. Un’ondata che ha messo in moto anche Bruxelles, dove l’Alto Rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza ha diffuso “Tackling Covid-19 disinformation: getting the facts rights”, un documento che analizzando il fenomeno suggerisce soprattutto ai media di aumentare il livello di verifica delle fonti (fact-checkers), chiedendo nel contempo alle piattaforme social una maggiore trasparenza. Perché è proprio lì, che si annidano la maggior parte delle falsità. I colossi social hanno in realtà iniziato da tempo una battaglia senza esclusione di colpi per combattere la disinformazione, ma qualcosa sfugge sempre.
La ricerca della Iconsulting si è concentrata su due domande fondamentali per capire e arginare il fenomeno: chi diffonde più bufale e quali sono le fonti più attendibili. Punto di partenza un nugolo di hashtag: #vaccino, #vaccini, #novax, #astrazeneca, #PfizerBioNTech, #Moderna, #Sputnik, comparsi nel periodo fra il 27 dicembre e il 19 aprile scorso e capaci di generare 25.691 tweet e 194.752 retweet. “Il sistema cerca di identificare i modelli per cui le notizie si diffondono e sono ricondivise. Si parte fornendo all’algoritmo una conoscenza di base: gli vengono fornite informazioni già sottoposte a fact checking,quindi etichettate come vere o false – spiega Giorgio Gabbani di Inconsulting - a questo punto sfruttiamo i meccanismi di interazione sui social per svolgere un controllo sulle notizie che ancora non sono state esaminate”.
In cima all’affidabilità, vivaddio, risultano gli account ufficiali del governo e delle istituzioni, con il 99% di attendibilità, un gradino più sotto la sanità con il 91%, seguita dai media, da sempre tacciati di spargere falsità si attestano sul 90% di attendibilità. Ma la sorpresa arriva dalla classe politica italiana, che si ferma ad un misero 44%, seguiti da attivisti (43) e imprenditori (40). Fanalino di coda l’istruzione con il 37%.











