
Il titolo suona come una sfida al destino: “Un inno alla vita”, e vale ancora di più scoprendo che a firmarlo è Giselè Pelicot, una donna a cui il marito ha fatto di tutto per rovinarle l’esistenza. Il suo caso ha sconvolto il mondo: per quasi dieci anni, Giselè è stata drogata dall’uomo che aveva sposato e abusata da decine di sconosciuti nella propria casa, mentre il suo corpo diventava teatro di una violenza organizzata e metodica.
Il 19 febbraio il memoir arriva in Italia per “Rizzoli”, e il 18 marzo madame Pelicot sarà a Torino, ospite di “Aspettando il Salone”, per un incontro pubblico con Annalena Benini all’Aula Magna della Cavallerizza Reale. Un appuntamento che ha il sapore di un momento storico, più che letterario.
“La vergogna deve cambiare lato”, è la frase che ha attraversato confini, lingue, generazioni, pronunciata da Giselè scegliendo di rinunciare all’anonimato durante il processo che ha scosso la Francia prima e il resto d’Europa subito dopo. Una decisione radicale che significava porte aperte, telecamere, nomi e volti, non per esibizione, ma per ribaltare un paradigma antico ed essere da esempio alle donne che oltre alla violenza sono costrette a subire la vergogna di parlarne.
“Ho ancora fiducia nelle persone”, scrive invece Giselè, parole che sembrano impossibili, se si ripercorre la vicenda giudiziaria che l’ha vista protagonista.
Nel novembre 2020 viene convocata in commissariato. Due mesi prima, il marito era stato fermato mentre filmava donne sotto le gonne in un supermercato, ma nel suo computer gli inquirenti trovano molto di più: migliaia di immagini e video che documentano anni di violenze. Dominique Pelicot la drogava di continuo con ansiolitici mescolati a cibo e vino, la riduceva in stato di incoscienza e invitava uomini conosciuti online ad abusare di lei.
Il processo, celebrato nel 2024 ad Avignone e passato alla cronaca come il “processo di Mazan”, si è concluso con la condanna del marito a vent’anni di carcere e pene per tutti gli altri imputati. Ma il verdetto più potente non è arrivato dall’aula, ma dalla scelta di Gisèle di mostrarsi, parlare e dire che non c’era nulla di cui dovesse vergognarsi. Quelli che dovevano abbassare la testa erano altri, non lei.
Il caso ha avuto un impatto profondo nel dibattito pubblico francese, politici e giuristi hanno riaperto la discussione sulla nozione di consenso e la cultura della violenza di genere. Pelicot è stata insignita della Legion d’Onore e inserita tra le donne più influenti dell’anno da testate internazionali.
Ma nel libro non c’è compiacimento né retorica, con l’aiuto della scrittrice Judith Perrignon racconta l’infanzia, il primo amore, la maternità, la carriera e poi la frattura: quel decennio in cui la sua vita scorreva in superficie, mentre nell’ombra si consumava l’orrore.
La scena più crudele è anche la più spiazzante: il momento in cui si vede per la prima volta nelle immagini sequestrate al marito. “Non riconoscevo quegli individui. Né quella donna”, scrive: una bambola inerte, privata di coscienza e dignità.
Eppure il libro si intitola Un inno alla vita, la risposta è nella traiettoria che ha seguito la terribile scoperta. Giselè ha lasciato la casa dove viveva e divorziato per trasferirsi sull’Île de Ré, dove ha iniziato a ricucire il rapporto con i figli alla ricerca di un nuovo equilibrio e un nuovo amore.
Durante il processo, fuori dal tribunale, centinaia di persone la sostenevano fra cartelli, applausi e lacrime mentre lei, una donna minuta di 71 anni, ripeteva a se stessa: “Non ho altra scelta che essere invincibile”.
Giselè non ha mai voluto essere ricordata solo come una vittima, ma come la donna che ha scelto di trasformare la vergogna in responsabilità collettiva, che ha guardato negli occhi i suoi aggressori e ha scelto di non proteggere il loro silenzio.
L’incontro del 18 marzo a Torino non sarà una semplice presentazione editoriale, ma un dialogo pubblico su coraggio, rinascita e cambiamento. Un momento di avvicinamento al Salone del Libro 2026, ma anche un’occasione per interrogarsi su come le società reagiscono alla violenza e su quanto sia ancora lungo il cammino verso una cultura del consenso.
C’è un passaggio del memoir che riassume la sua metamorfosi: “L’amore mi ha salvata, sorretta, e forse anche ingannata. Eppure mi accompagna ancora. Non è morto. Io non sono morta”.











