
Crescono toccando uno schermo prima ancora di saper allacciare le scarpe, parlano con gli assistenti vocali come fossero familiari e chiedono all’intelligenza artificiale quello che un tempo, una manciata di anni fa, si domandava a genitori e insegnanti.
I nati tra il 2010 e il 2025, la cosiddetta Generazione Alpha, non stanno semplicemente crescendo con la tecnologia, ci vivono dentro. Sanno usarla con naturalezza eppure, dietro una familiarità precoce, emerge che sono molti i ragazzi consapevoli di passare troppo tempo online e che questo abbia un prezzo da pagare,
La percezione di una vera e propria dipendenza digitale la raccontano i dati raccolti su oltre 20mila studenti tra gli 11 e i 18 anni dall’Osservatorio Scientifico del Movimento Etico Digitale in occasione del “Safer Internet Day”, la giornata mondiale per la sicurezza in Rete celebrata lo scorso 10 febbraio.
Più di tre ragazzi su quattro dichiarano di sentirsi dipendenti dai dispositivi digitali, un numero in crescita rispetto all’anno scorso. E non si tratta di un’impressione, poiché molti riconoscono che l’iperconnessione incide sulla salute fisica e mentale. La grande maggioranza collega l’uso eccessivo degli schermi a stanchezza, stress, difficoltà di concentrazione, disturbi del sonno o dell’umore.
Il punto critico è che la consapevolezza non si traduce facilmente in cambiamento, anzi, tra chi ha provato a ridurre il tempo online, solo una minoranza dice di esserci riuscita davvero.
Rendersi conto del problema non basta a spezzare l’abitudine, anche perché la vita digitale occupa spazi sempre più ampi della giornata: aumentano le ore trascorse online nel primo pomeriggio, tradizionalmente dedicato allo studio o alle attività sportive, e si allunga la permanenza serale, togliendo tempo al riposo.
Colpisce poi il modo in cui i ragazzi descrivono la loro esperienza sul web, con molti che ammettono di sentirsi bene quando sono online, anche se cresce la quota di chi afferma di sentirsi assuefatto. Internet non è più percepito come uno spazio speciale o emotivamente connotato, ma semplicemente una presenza costante e inevitabile.
Sul piano educativo salta all’occhio una contraddizione che chiama in causa soprattutto gli adulti: sempre più bambini e adolescenti conoscono i rischi della Rete e la dipendenza digitale, ma spesso ricevono messaggi incoerenti.
A scuola si parla di equilibrio e cittadinanza digitale, mentre in famiglia non sempre ci sono regole chiare o continuità, e l’educazione digitale viene talvolta considerata una questione privata quando in realtà riguarda scuola, genitori, istituzioni e società.
Anche l’idea che i più giovani siano automaticamente competenti perché “nativi digitali” si sta rivelando un falso mito: molti ragazzi utilizzano con disinvoltura app e social, ma faticano su aspetti fondamentali come valutare l’affidabilità di un sito, gestire la privacy o usare in modo efficace gli strumenti di ricerca. Una quota non trascurabile incontra anche difficoltà nella creazione di contenuti digitali.
Il discorso diventa ancora più delicato quando l’intelligenza artificiale entra in gioco tra i giovani: alcuni la usano quotidianamente, altri la conoscono in modo superficiale. E mentre l’IA si diffonde nella vita quotidiana, emergono rischi nuovi e complessi come la circolazione di immagini manipolate e sessualizzate generate in modo artificiale.
Diversi studi internazionali parlano di oltre un milione di bambini coinvolti in episodi di deepfake sessualmente espliciti nell’arco di un anno, con numeri che in alcuni Paesi equivalgono a un bambino per classe.
Di fronte a questo scenario, la reazione istintiva di molti adulti è il divieto assoluto, ma vietare raramente funziona, anzi, spesso aumenta l’attrazione verso ciò che è proibito. Ma dall’altra parte della sponda, lasciare i ragazzi senza guida significa esporli a pericoli reali.
Gli esperti indicano una terza via, più impegnativa ma anche più efficace, che consiste nell’accompagnarli, parlare di tecnologia fin da piccoli, spiegare che un chatbot non è un amico ma uno strumento, insegnare a verificare le informazioni, proteggere la privacy, osservare eventuali segnali di uso eccessivo, collaborare con la scuola e mantenere il digitale nella giusta prospettiva.








