
Per gli americani, e non solo per loro, la doggy bag è pura normalità, la sana e corretta abitudine che applica una teoria sempre più diffusa: il cibo non si butta. Tradizionalmente, per gli americani, seguiti da inglesi, francesi, indiani, cinesi, malesi, filippini e sudafricani, ciò che non si riesce a finire al ristorante, viene messo in una scatola o sacchetto per poi essere scaldato successivamente a casa. La parola “doggy”, che vorrebbe indicare gli avanzi per il cane, è una semplice espressione idiomatica: il 90% di chi la richiede non ha un cane in casa, e dei restanti solo l’1% lascia che sia lui a finire il piatto del ristorante.
Esistono due versioni della storia di quest’usanza civilissima: la prima risale ai periodi di magra durante la Seconda Guerra Mondiale, quando il cibo scarseggiava, la secondo invece fa riferimento al ristorante Dan Sampler’s Steak Joint di New York che nel 1949 fu il primo a proporre l’impacchettamento degli avanzi.
Un’abitudine che fra gli europei, specie gli italiani – sempre un po’ schizzinosi – non ha mai attecchito molto: l’idea di portarsi a casa gli avanzi suona come poco elegante, da arricchiti che non perdono le abitudini di poveracci nell’anima. Ma adesso, anche se lentamente, la doggy bag sta diventando una consuetudine, per adesso limitata al 20% degli avventori dei ristoranti.
Ma qualcosa potrebbe cambiare, e anche in fretta: una petizione, lanciata dal Festival del Giornalismo Alimentare di Torino, ha raccolto quasi 15mila firme: chiede che sia presentata una proposta in Parlamento per rendere obbligatoria in tutti i locali che somministrano cibo la “food bag” realizzata con materiali riciclabili e con chiare indicazioni sulla conservazione. In realtà, pare che un provvedimento – definito “incentivante e non coercitivo” – sia in preparazione sulla scrivanie della Commissione Agricultura della Camera. Prevede di “Intervenire a livello culturale e fare in modo che il consumatore perda l’imbarazzo di chiedere di portare a casa il cibo avanzato”.










