
Fra le centinaia di snack che invadono gli scaffali dei supermercati di tutto il mondo ce n’è uno che non ha rivali: “Oreo”, il biscotto più venduto del XX secolo, per l’esattezza in 491 miliardi di pezzi dal 1912 ad oggi.
Un successo che si basa su due dischi di cialda al cioccolato con uno strato di vaniglia in mezzo apprezzati ovunque, ma con uno zoccolo duro di appassionati in America, il loro paese d’origine, esattamente dove ha aperto i battenti da pochissimo il primo “Oreo Cafè”.
Per il debutto del primo paradiso degli appassionati, la “Mondelez International” ha scelto l’American Dream Mall di East Rutherford, un centro commerciale del New Jersey. All’interno, va in scena la moltiplicazione del concetto di Oreo in dolci come waffle, cheesecake, mousse, ganache, frullati e gelati personalizzabili a piacere con oltre 200 guarnizioni possibili fra sciroppi, orsetti gommosi, panna, salse di cioccolato e caramello, noci e praline. Ma soprattutto con un’infilata di gadget che riproducono l’immagine dell’iconico biscotto nero su borse, ciabatte, t-shirt, borracce, calamite, tazze e cappellini.
Un’apertura guastata solo da uno sciopero dei dipendenti di cinque impianti produttivi appoggiato dal “Bakery, Confectionery, Tobacco Wrokers and Grain Millers”, il sindacato che rappresenta i lavoratori del settore in cinque Stati: Colorado, Georgia, Illinois, Oregon e Virginia, che ha respinto la richiesta dell’azienda di modificare gli orari dei turni e le regole per gli straordinari.
Quella dell’Oreo è una storia lunga e travagliata, nata dalla “Nabisco” (National Biscuits Company), piccola azienda produttrice di biscotti creata dalla fusione di tre diversi biscottifici e aperta nel 1912 nell’attuale “Chelsea Market” di New York. Un’operazione che avrebbe portato al litigio Jacob e Joseph Loose, i due fratelli proprietari del marchio.
Ambedue decisi ai proseguire con aziende proprie, finirono per fregarsi a vicenda i progetti di maggior successo, compreso il progetto di Sam Porcello, uno dei migliori food designer della Nabisco, padre degli Oreo, impreziositi dal particolare disegno vegetale delle cialde realizzato da William Turnier. I primi, dice la leggenda, furono venduti da un droghiere di Hoboken, nel New Jersey, e da allora non è stata altro che una scalata inarrestabile che oggi significa 40 miliardi di biscotti prodotti ogni anno, venduti in oltre 100 diversi paesi.
Una delle formule vincenti è l’offerta incessante di nuove versioni limitate, una trovata di marketing iniziata nel 2012, nel centenario della nascita del biscotto più celebre del pianeta, con il “Birthday Cake Oreo”, con la crema cosparsa di zuccherini colorati. Da allora, si contano quasi 70 “limited edition”, alcune delle quali dai gusti sconcertanti e per fortuna nostra uscite solo in determinati mercati: ali di pollo, wasabi, tiramisu, torta di carote, torta di lime, Piña Colada, marshmallow e churros. Un enorme successo l’ha riscosso quest’anno l’esperimento che abbinando gli Oreo al marchio di abbigliamento “Supreme” trasformava eccezionalmente il colore del biscotto nel rosso del brand.
Come svelato da un’inchiesta del “New York Times”, a studiare l’efficacia delle varianti è una squadra di super esperti di marketing, sviluppatori, chef e scienziati del cibo, che almeno un paio d’anni prima dell’entrata in commercio parte da analisi di mercato, fattibilità e possibile impatto sul pubblico. Sono nati così i recenti Oreo dedicati alla squadra olimpica americana (in bianco, rosso e blu) e quello realizzato con la supervisione di Lady Gaga in occasione dell’uscita del suo ultimo album, “Chromatica”.















