
Nel 2015, quando “Domino’s Pizza” ha deciso il grande passo sbancando in Italia, in tanti hanno pensato che fosse finita: prima o poi, anche noi italiani saremmo stati condannati ad accettare la pizza all’ananas che qualche tempo fa aveva fatto inorridire il nostro Paese. La potenza degli americani, partiti da Torino, Bergamo, Bologna, Molano e Roma ma con un’offensiva che parlava di 900 punti vendita entro il 2030, sapeva di un’operazione simile allo sbarco in Normandia, destinata a travolgere tutto il resto. In fondo, Domino’s Pizza i numeri per farcela li aveva tutti: 11mila pizzerie, di cui buona parte in franchise, in 70 Paesi del mondo. La società, creata nel 1960 da Tom e James Monaghan, nel 1998 era stata rilevata per il 93% da una società di Mitt Romney, ex candidato alla Casa Bianca, e oggi è quotata in borsa, con una capitalizzazione di oltre 14 miliardi di dollari.
Tutto bello, tranne un punto che era una spina nel fianco: per una società che si basa sulla pizza, non essere presente nel Paese che la pizza l’ha creata e ancora oggi la tiene fra i credo più assoluti, non era accettabile. Da lì la decisione di arrivare in Italia, per colonizzarla secondo la filosofia aziendale, ovvero quella delle pizze con condimenti “non tradizionali”. Bisogna andarci cauti, certo, ma le proiezioni di mercato davano ottime speranze.
Tutto questo, miseramente, è crollato poche ore fa, quando la “ePizza SpA”, la filiale italiana di “Domino’s Pizza”, ha issato bandiera bianca annunciando la chiusura delle 29 filiali del marchio ancora presenti sul territorio nazionale dopo una prima sforbiciata.
Ufficialmente, la società spiega il clamoroso ritiro dal mercato come causa della pandemia e della prolungata chiusura a cui sono stati costretti i locali in un momento strategico, a cui unire l’improvvisa popolarità del food delivery. Ma secondo voci di corridoio, la spiegazione starebbe dietro a debiti per 10,6 milioni di euro.










