
Come se non bastassero tutti i problemi che tolgono il sonno agli italiani, ci mancava solo nuova edizione del report annuale “Education at a Glance 2025”, pubblicato dall’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico). Un rapporto che ha passato al setaccio il sistema educativo mondiale, giungendo alla conclusione che ovunque il livello generale di istruzione stia vivendo una fase di profonda crisi e trasformazione. Education at a Glance nasce proprio con l’intento di approfondire le analisi sulle istituzioni educative, l'impatto dell'apprendimento nei vari paesi, l'accesso e la partecipazione all'istruzione, gli investimenti finanziari e l'organizzazione scolastica.
Ma se nessuno se la passa così bene, c’è chi è messo peggio degli altri, come l’Italia, per l’appunto. Da queste parti, per farla breve, anche l’istruzione vive un paradosso sottolineato da un basso numero di laureati e un corpo docente fra i più anziani del pianeta.
Questo, come conseguenza immediata, crea delle vere e proprie crepe generazionali, con un terzo degli italiani, il 27%, che possiede ha un livello di comprensione dei testi scritti pari o addirittura inferiori al livello 1. Uno stadio che permette di comprendere testi facili, brevi e soprattutto se trattano argomenti conosciuti.
Detto in altre parole, un diffuso e preoccupante “analfabetismo funzionale” che taglia di fatto fuori dalla vita sociale ed economica del Paese, creando sacche di ignoranza che non sono soltanto conseguenza del titolo di studio conseguito. Un passaggio, quest’ultimo, spiegato dal 17% dei laureati italiani che non va oltre il già citato livello 1 di comprensione, quello più basico ed elementare.
Ovvio che la situazione si faccia ancora più preoccupante per quanti invece hanno un titolo di studio basso, ovvero il 58% degli adulti che non hanno completato la scuola secondaria superiore. A parziale consolazione, sembra che il divario sia ancora più marcato in Germania, Paese che ci supera di poche lunghezze appena.
Ma tornando al report, l’OCSE assesta all’Italia una delle percentuali più basse di laureati, con un misero 22% degli adulti tra i 25 e i 64 anni in possesso di un titolo accademico, a fronte di una media del 42%. E le cose non vanno meglio nemmeno fra i giovani fra 25 e 34 anni, fascia di età in cui la quota di laureati, pari al 32%, resta molto lontana dalla media OCSE del 48%.
Le conseguenze sono facilmente immaginabili, perché un basso livello di istruzione sfocia in una difficoltà oggettiva di entrare nel mercato del lavoro, mentre essere in possesso del “pezzo di carta” aumenta le probabilità di trovare un posto. A questo si aggiunge chi perde il lavoro e fa grande fatica a ritrovarne uno: il 41% dei laureati è disoccupato da più di un anno, percentuale che sale al 57% per chi ha un basso titolo di studio.
L’unico dato positivo arriva dai cosiddetti “NEET”, i giovani che non studiano e non lavorano, scesi dal 25% del 2019 al 17% dello scorso anno.
Il report dell’OCSE punta il dito contro gli scarsi investimenti nel settore dell’istruzione, che se per la scuola dell’obbligo sono più o meno in linea con la media internazionale, quella per l’università è pesantemente sottofinanziata, con una spesa pro capite per studente pari a 14.713 dollari, di gran lunga più bassa dei 21.444 della media OCSE.
Un altro punto dolente, come accennato, è il corpo docente, con gli insegnanti italiani pagati meno della media OCSE e categoria fra le più anziane del mondo. Un insegnante di scuola primaria con 15 anni di esperienza guadagna l’equivalente di 45.593 dollari, a fronte di una media OCSE che raggiunge i 59.673. Stesso principio per la scuola secondaria di primo grado, dove lo stipendio annuale lordo è pari a 49.539 dollari contro i 61.563, e di secondo grado, dove il divario parte da 50.917 contro 63.925 dollari.
Per finire con l’età: il 57% degli insegnanti ha più di 50 anni, e questo apre un altro fronte critico sulle difficoltà del ricambio generazionale e l’innovazione nell’insegnamento.











