DIRITTI - Cina, l'indennizzo per le faccende di casa

La Cina è un Paese curioso: dall’inizio della diffusione del virus, è accertato, ha nascosto, omesso e ritoccato le cifre reali dell’infezione. E ancora oggi, a più di un anno di distanza, stenta ad ammettere perfino che il coronavirus sia nato da quelle parti, nel sudiciume dei “wet market”, i mercati dove si vendono animali di ogni tipo uccisi davanti ai clienti. Pochi mesi dopo da un’altra parte del Paese – a Hong Kong – Pechino reclamava il proprio diritto a esercitare il potere e le leggi reprimendo con la forza i giovani pro-democrazia, annullando i privilegi di cui godeva la città-stato da quando la Gran Bretagna ha ceduto la sovranità alla Cina. Due aspetti, ampiamente raccontati dalle cronache, che danno del colosso orientale un’immagine di regime granitico, sadico, spietato e quando vuole pure sanguinario. Eppure, in mezzo a tutto questo, negli stessi mesi la stessa Cina è riuscita a dare lezioni al mondo intero: chi non ha mai invidiato i covid-hospital da migliaia di posti realizzati in soli cinque giorni, o sentire che milioni di abitanti di una città erano stati sottoposti a tampone nel giro di 24 ore? Da qui, l’immagine sdoppiata: da una parte l’arretratezza pretesa da un regime che controlla tutto ed è pronto a punire fino all’ultimo dei suoi cittadini, dall’altra un’efficienza da “formicaio” che posti al mondo democraticamente più appetibili neanche si sognano.

Anche in fatto di questioni di coppia, in Cina vale lo stesso principio delle due marce: una avanti e l’altra indietro. In anni recenti, il Paese è stato capace di imporre una legge che obbligava le famiglie di avere un solo figlio, per evitare la sovrappopolazione, ma allo stesso modo – proprio di recente – ha tirato fuori la decisione di un tribunale che potrebbe diventare un traguardo epocale di civiltà.

È successo nelle aule del tribunale del popolo di Fangshan, un distretto di Pechino, dove si discutevano i dettagli del divorzio fra Cheng e sua moglie Wang, relazione finita gli stracci in appena tre anni, dal 2015 al 2018. Il punto non è questo, perché che le coppie scoppino capita ovunque, ma una sentenza che ha stabilito un risarcimento alla signora per i lavori domestici fatti durante il matrimonio.

Una sentenza contro cui sarà difficile appellarsi perché si attiene al nuovo codice civile, entrato in vigore all’inizio dell’anno, e che in caso di divorzio prevede per il partner casalingo il diritto alla richiesta di un indennizzo forfettario per il mantenimento ordinario e la pulizia della casa, la cura ed educazione di figli e/o l’assistenza ai familiari anziani. Al di là dell’assegno di mantenimento, la legge prevede che sia la coppia stessa a stabilire una cifra di indennizzo, ma fra due che divorziano non è facile che accada in modo pacifico, neanche in Cina. Così, il giudice Feng Miao ha preso in mano la questione quantificando in 50mila yuan (6.400 euro circa) la cifra spettante a Wang per essersi occupata della casa e del loro figlio mentre Chen andava al lavoro, “non curandosi né partecipando ad alcun tipo di faccenda domestica”. Il giudice ha spiegato di aver raggiunto la cifra tenendo conto di fattori come reddito, tenore di vita e tempo trascorso insieme.

Inevitabilmente, la sentenza ha scatenato polemiche e aperto un dibattito piuttosto acceso: dalla parte degli uomini sulla validità della legge, da quella femminile sul valore delle faccende domestiche, che andrebbero riviste al rialzo. Secondo un sondaggio realizzato dalla “Pheonix Weekly”, il 94% ha ritenuto la decisione giusta, ma assai scarsa dal punto di vista economico.