
Fra i popoli più fortunati del nuovo anno, un posto spetta di diritto agli abitanti della Corea del Sud, che a breve si vedranno “scontare” dallo Stato uno o due anni di età.
Non si tratta di un prodigio o dei risultati eccezionali di nuovi trattamenti anti-age, ma di un cambio radicale del conteggio dell’età finora adottato dal Paese asiatico, ormai considerato obsoleto e bisognoso di un adeguamento con lo standard internazionale utilizzato nel resto del mondo.
In pratica, i sudcoreani ricevevano il primo anno di età al momento della nascita, con l’aggiunta ad ogni 1° gennaio di un anno in più. Un metodo che si fa risalire all’antichità e alla credenza secondo cui i 9 mesi trascorsi nell’utero materno andavano comunque conteggiati, arrotondando per comodità il calcolo al primo anno di vita.
Va da sé che chi aveva la sfiga di nascere il 31 dicembre, si vedeva appioppare due anni di età anche se si era affacciato alla vita da poche settimane. Un esempio eclatante è quello di Psy, l’autore del tormentone mondiale “Gangnam Style”, nato l’ultimo giorno di dicembre del 1977 e abituato ad avere 44 anni per il testo del mondo e 46 quando rientrava nel suo paese di origine.
Insomma, un pasticcio anagrafico che andava risolto quanto prima e che la Corea del Sud ha deciso di adottare dal prossimo giugno, spiegando che “la revisione ha lo scopo di ridurre i costi socioeconomici non necessari”, così è stato spiegato in parlamento quando è stata presentata la proposta poi diventata legge. A convincere la classe politica della necessità ormai improrogabile del passaggio la presenza di migliaia di controversie legali e sociali, legate ad una confusione di fondo che costringe i cittadini sudcoreani a conteggiare in maniera diversa la propria età quando si trovano all’estero.








