
È così, piaccia o meno. Il mondo sta ripiombando nello stesso, identico incubo della scorsa primavera e chi prima, chi dopo, il destino dei prossimi mesi è probabilmente chiusi a casa, aspettando ancora una volta che il peggio sia passato e soprattutto di essere nell’elenco dei sopravvissuti.
Un anno di tale portata, a cui non siamo abituati, sta creando una sindrome inedita, con cui gli esperti iniziano a fare i conti in modo pesante: l’hanno definita pandemic fatigue. Si manifesta in modo subdolo, e gli unici sintomi sono un senso profondo di stanchezza, stress, cattivo umore e spossatezza spesso immotivati, un nugolo di sensazioni opprimenti che secondo le più recenti teorie sarebbero figli degeneri dell’isolamento sociale che ormai da troppi mesi limita le libertà di ognuno, dopo l’illusione estiva che il peggio fosse ormai alle spalle.
Non si tratta di teorie astratte raccontate nel corso di un salotto televisivo, ma di un serissimo documento diffuso dall’OMS: Pandemic fatigue. Reinvigoratin the public to prevent Covid-19. Il rapporto, commissionato dai paesi UE dopo che un’indagine ha accertato che il 60% degli europei ne soffrirebbe, nasce per tentare di rafforzare il senso di fiducia dell’opinione pubblica verso quanto consigliato dalle autorità sanitarie. In pratica, la “demotivazione nel mettere in atto i comportamenti protettivi raccomandati per la tutela della salute dei singoli e delle comunità”. Le piccole azioni raccomandate fin dall’inizio come lavarsi le mani di frequente, indossare sempre la mascherina e mantenere il distanziamento fisico dagli altri sono sempre meno seguiti, e più passa il tempo, più è portati ad abbassare la guardia arrendendosi ad un senso di scoraggiamento, perché di tutto questo, malgrado gli sforzi, non se ne vede la fine.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha anche tentato di diffondere alcune linee guida, come “comprendere le persone, coinvolgerle e farle sentire parte della soluzione”, per evitare che rabbia e malcontento soffino sul fuoco. Poi, sapendo di rivolgersi alla classe politica, il consiglio è di “comunicare con chiarezza e adottare misure coerenti, semplici e incisive che permettano alle persone di vivere la propria vita in sicurezza”. E ancora: meglio non lasciarsi sopraffare dal bombardamento assillante di informazioni, pareri e previsioni di esperti o pseudo tali, ma attenersi alle informazioni degli organi ufficiali.
Mesi fa, ricorda l’OMS, era tutto più semplice: l’emergenza forte e improvvisa aveva fatto scattare un sistema mentale e fisico di adattamento che è tipico dell’istinto di sopravvivenza insito negli essere umani. “È possibile modificare la propria routine per alcuni giorni, ma un cambiamento così prolungato è assai difficile – spiega Carisa Parrish della John Hopkins University – se nessuno intorno a noi è colpito dalla malattia, diventa sempre più complicato indossare la mascherina e rinunciare a ciò che ci piace fare. L’unica chiave possibile è ripetere quei gesti fin quando non diventano un’abitudine, passaggio necessario per tentare di convivere con il virus fino a quando sarà ancora in circolazione”.
Secondo la Australian Psychological Society, è fondamentale crearsi una propria formula di resilienza, una nuova routine che abbia orari stabiliti per i pasti, il riposo, l’esercizio fisico, il lavoro e lo svago. Di grande aiuto è la tecnologia che mai come oggi aiuta a mantenere i contatti a distanza, così come dedicare più spazio agli hobby, magari ritrovando il piacere di quelli che un tempo ci facevano star bene.








