
Nell’ottobre del 2020, una notizia fa il giro del mondo: il presidente americano Donald Trump, che fino ad allora aveva preso sottogamba la pandemia, è risultato positivo. Trump viene ricoverato al Walter Reed, l’ospedale dei presidenti di Washington, e iniziano a circolare voci e leggende, tanto sul suo stato di salute quanto sulla cura gli sarebbe stata somministrata.
Per la cronaca, Donald uscirà dall’ospedale pochi giorni dopo, dichiarando di sentirsi in forma come un ragazzino, così tanto da poter riprendere indisturbato a considerare il virus come una sorta di influenzina stagionale, mentre gli americani morivano a mazzi.
Ma in tutta questa faccenda, c’è una notizia rimbalzata di sponda che riguarda le cure sperimentali a cui sarebbe stato sottoposto Trump. Nei giorni successivi al ricovero emerge che al presidente è stato sottoposto un cocktail sperimentale di anticorpi: nome in codice REGN-COV2. Un farmaco individuato dal colosso farmaceutico americano Regeneron e finanziato grazie ai 450 milioni di dollari ricevuti dal programma Warp Speed varato dalla Casa Bianca per accelerare la ricerca di un rimedio possibile. Il farmaco, spiegano dalla Regeneron, è il cocktail di due anticorpi monoclonali generati in vitro, copie conformi degli anticorpi sviluppati dal sistema immunitario.
Ai tempi, Trump aveva ricevuto in via sperimentale una dose blanda della cura direttamente dalla casa farmaceutica, malgrado il composto non fosse stato ancora certificato dalla FDA (Food and Drug Administration). Meno di 24 ore dopo, Trump era tornato al suo ottimo (anzi, pessimo) umore di sempre, consacrando il REGN-COV2 con un autentico miracolo “che dovrebbero provare tutti”.
Peccato che non era proprio così. Gli esperti di tutto il mondo, vista l’importanza del paziente, si affrettano a concordare: Trump ha ricevuto una sorte di criptonite, una cocktail di anticorpi monoclonali potentissimi, capaci di bloccare il virus appena si avvicina al sangue impedendogli di trasformarsi in malattia. Ma pensare che sia per tutti, aggiungono gli esperti, è pura fantasia: al momento, i costi si aggirano sul milione di euro a trattamento e non c’è sistema sanitario al mondo che possa permettersi una spesa simile.
Oggi, a poco più di 4 mesi di distanza, qualcosa è cambiato, e lo dimostra una notizia che accende le speranze italiane di poter avere qualcosa di simile a disposizione: l’ospedale Amedeo di Savoia di Torino è una delle sei o sette strutture ospedaliere coinvolte nella sperimentazione internazionale in fase 3 sugli anticorpi monoclonali, che proprio grazie alla fulminea guarigione dell’ex presidente americano è stato investito delle speranze di tutto il mondo.
Autorizzato da un decreto del ministro della sanità Speranza, l’Amedeo di Savoia ha annunciato la propria partecipazione alla fase 3 della sperimentazione, sottoponendo a test una trentina di pazienti a partire da questa settimana, scelti fra persone di 60/70 anni (anche asintomatici) con problemi di obesità, diabete o difficoltà cardiache, magari fra coloro che si presentano in ospedale con i primi sintomi del contagio.
E non è finita, perché sempre l’Amedeo di Savoia di Torino, fra qualche mese sarà chiamato a partecipare all’ultima e definitiva fase di sperimentazione del Reithera, il vaccino made in Italy che potrebbe essere pronto per la fine dell’anno.








