CORONAVIRUS - Torino, viaggio nella città fantasma

Testo e foto di Germano Longo

Torino, un sabato mattina di fine marzo, di quelli che quando il sole esce e scalda capisci che la primavera è ormai qui, pronta ad esplodere insieme alla stagione più spensierata dell’anno. Difficilmente sarà così, non lo è già adesso. Sono le 10 del mattino, e di solito a quest’ora il centro città è già pieno di gente. Perché il rito del centro da queste parti è come un patto sociale molto torinese, non scritto ma altrettanto consolidato: al mattino da piazza Carlo Felice a piazza Vittorio è il regno delle famiglie, di chi gironzola per fare shopping, chi per vedere la mostra appena aperta, signore eleganti, gente con i sacchetti in mano che va di fretta con l’orecchio attaccato allo smartphone. All’ora di pranzo si cambia: arrivano i giovanissimi, quelli che fanno le vasche avanti e indietro, via Roma e ritorno. Se vuoi incontrare qualcuno basta che vai lì, al sabato: ci passa tutta l’umanità possibile, perché stringi stringi, ma Torino è una grossa borgata industriale dove quasi tutti hanno almeno un amico in comune. Solo che spesso non sanno di averlo.

Tutto questo, non c’è più. Da settimane, come in tutte le altre grandi città non solo italiane, Torino è deserta, abbandonata, svuotata dentro e fuori di quell’anima che dopo anni di grigio e tristezza post-industriale l’aveva resa uno dei centri culturali più frizzanti d’Italia, una sorta di Seattle col Tricolore. Ora è soltanto un’infilata di vetrine chiuse, con il vento che ha portato foglie e cartacce ad ammucchiarsi davanti a quelli che fino a pochi giorni fa erano gli ingressi di boutique, bar eleganti, ristoranti e grandi magazzini.

È come vivere in prima persona un film già visto, quelli che fanno in America e chiamano “disaster movie”: raccontano sempre storia improbabili di alieni, virus, maremoti o gente cattivissima che costringe l’umanità inerme a restare chiusa in casa e aspettare che il peggio passi. Ma Torino in questo non c’entra nulla, non è mai venuto in mente a nessuno di ambientare una storia simile fra i Murazzi e la Mole: chi sprecherebbe forze ed energie per attaccare una città con meno di un milione di abitanti? La risposta è arrivata, da settimane: un pericolo invisibile che Torino l’ha solo inclusa nella cesta dei 1,7 miliardi di persone a cui sta inchiodando l’esistenza. E poi, si sa, in quei film presto o tardi arriva un eroe che salva tutti, ma anche in questo i torinesi lo sanno: inutile aspettare, da queste parti non arriva mai nessuno a salvarci. Bisogna fare da soli, come sempre.

I pochi che circolano si guardano, quasi stupiti di incontrare altra umanità che come loro ha in tasca l’autocertificazione con un motivo valido scritto sopra, e ad ogni rumore si voltano per capire se ci sono i vigili o la polizia, ripassando a memoria cosa dire. Perché ad uscire, anche per necessità, i torinesi si sentono come malviventi, senza aver fatto niente di male.

Fra piazza Carlo Felice, dove il brulicare di gente anima sempre la stazione di Porta Nuova, a piazza Vittorio, dove i più giovani affollano portici e dehors, questo è un sabato mattina di fine marzo con non più di 10 persone in giro, in un silenzio irreale spezzato soltanto dalle sirene delle ambulanze e il pensiero che un altro disgraziato alza ancora il prezzo che la città sta pagando al virus bastardo.

Torino soffre, ma lo fa in modo composto, dignitosamente sabaudo. Si è svuotata, e prima di andar via ha spento le luci, messo in ordine le sedie dei dehors, i parcheggi, i giardini e le vetrine: non c’è un'auto rimasta fuori posto e negozio che non abbia il cartello “chiusi per emergenza sanitaria”. Lo sanno tutti, ma è bene ribadirlo, perché da buoni torinesi non si sa mai: siamo chiusi perché non possiamo aprire, e non perché non vogliamo lavorare. Non ci siamo semplicemente perché dobbiamo stare a casa, e aspettare che Torino torni quella che è sempre stata: nostra.